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Riscopriamo la preghiera del “Padre Nostro”

di Dierre

 

L’Anno Santo sarà un anno di preghiera speciale quindi ci si presenta un’ottima occasione per vedere con occhi nuovi una preghiera conosciutissima, ripetutissima, biascicata, storpiata anche se - in genere - detta col cuore. Una preghiera che affiora spontanea soprattutto nei momenti di sconforto o di difficoltà (senza nulla togliere all’Ave Maria!). Una preghiera formidabile, di cui forse non abbiamo mai approfondito abbastanza la portata e della quale forse non ricordiamo con sufficiente convinzione che è l’unica propostaci da Gesù in persona. Stiamo parlando, ovviamente, del Padre Nostro o Pater Noster, a seconda della versione che preferiamo. Al riguardo ecco allora alcune nostre brevi riflessioni, sperando siano utili per la riscoperta di cui dicevamo.

La preghiera prende il nome dalle due parole iniziali dell’orazione, che sono tali sia in greco che in latino. Gesù la insegnò agli apostoli, i quali gli avevano chiesto di essere istruiti circa il modo di pregare. Solo due evangelisti, Luca e Matteo, riportano il testo della preghiera, sia pure con differenze non sostanziali anche se evidenti. Fra le varie ipotesi circa le discrepanze, una delle più accreditate vuole che tale preghiera non sia stata formulata una sola volta bensì riproposta in più contesti e quindi possa essere stata colta dagli evangelisti in modo diverso. Molti esegeti, comunque, pensano che Gesù volesse proporre più che altro un modello, una falsariga di preghiera, anziché un testo concepito per essere imparato a memoria.

Come detto, ne parla Matteo (VI, 9-13) e ne parla Luca (XI, 1-4), ma la chiesa primitiva – estrapolandola come preghiera individuale – adottò la versione di Matteo, che in effetti è la più ricca ed armonica. Non staremo qui a disquisire sulle differenze fra i testi evangelici, ma piuttosto faremo una rapida analisi dei vari passaggi. Il Padre Nostro si compone di sette petizioni (è noto come il numero sette sia ricchissimo di significati simbolici) e si apre anzitutto con una inequivocabile e incrollabile professione di fede che quindi è anche premessa a tutto ciò che verrà detto dopo: Dio è il padre di tutta l’umanità e siede nell’alto dei cieli. Le sette petizioni possono a loro volta dividersi in tre tributi di lode e gloria, e in quattro richieste vere e proprie.

Si comincia quindi con l’auspicio che al Padre venga ovunque reso il massimo onore alla santità del Suo Nome (il significato e la potenza del nome sono sottolineati in tutto l’Antico Testamento), desiderando con fervore che in terra si attui pienamente il Regno da Lui promesso e che il Suo volere venga eseguito in tutto il Creato, in cielo e in terra. Seguono poi le quattro richieste. Da sottolineare che ogni orante parla al plurale, che però non è un plurale maiestatico, bensì un modo per farsi “portavoce” di tutti i fratelli indistintamente.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano – L’originale greco, di ambigua interpretazione, reca epiousion, il quale alluderebbe più ad un pane “supersostanziale” che a quello da porre materialmente in tavola. Qualche studioso vi ha visto anche una prefigurazione del pane eucaristico, altri hanno ipotizzato che il concetto generico di “pane che dà nutrimento” possa contemperare – infine – sia il pane spirituale che quello materiale. Il pane viene specificamente chiesto per oggi, poiché si sottintende che la preghiera venga recitata ogni giorno, ed è appunto quotidiano perché non vi sia un solo giorno in cui esso non venga dispensato. Non viene chiesta dunque una sovrabbondanza, ma niente di più di ciò che occorre. Del resto, la manna (“il pane del cielo”) che cadeva nel deserto per gli Ebrei era quotidiana ma Dio ammoniva di non farne incetta perché ne sarebbe caduta esattamente quanta ne bastava per quel giorno (cfr. Esodo XVI, 4; Sapienza XVI, 20; Giovanni VI, 31). In senso più generale, il precetto vuole insegnarci la sobrietà e la misura, in analogia peraltro con l’uso della parola: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno(Matteo V, 37).

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori – Questo è un punto molto importante dell’orazione, che però si amplifica alla luce del Giubileo della Misericordia. Qui, ovviamente, per debiti (debito=ciò che è dovuto) si intende genericamente tutto ciò che non ha onorato gli obblighi (nostri e altrui) e quindi, principalmente, le colpe, le mancanze, i peccati. Il presupposto è l’infinita misericordia di Nostro Signore, sempre pronto a perdonare chi gli si presenta con cuore sincero. “Abbi pietà di me” – dice dunque il peccatore – “perché allo stesso modo io ho e avrò pietà di coloro che hanno mancato verso di me”. Illuminante, al riguardo, è la famosa parabola riportata da Matteo (XVIII, 23-35). In sintesi, un re volle fare i conti con i suoi servi. Uno, che gli doveva una somma enorme, di fronte alla prospettiva di essere di essere venduto come schiavo con tutta la famiglia, gli si gettò ai piedi implorando pietà e promettendo di rifondere il debito. Il re ne ebbe compassione e lo lasciò andare. Quel servo però, uscendo, incontrò un suo compagno che gli doveva una somma molto più modesta e gli intimò di pagarlo subito. Quello, che non aveva il denaro occorrente, lo pregò di avere pazienza perché avrebbe saldato tutto. Ma il servo disumano lo fece invece gettare in prigione. Saputo l’accaduto, gli altri servi andarono dal re e lo informarono. L’evangelista ci riferisce il prosieguo dell’episodio al cospetto del re e con il commento finale di Gesù stesso: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto”. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».

Il Giubileo servirà anche a questo: usare misericordia verso i fratelli affinchè anche il Padre ne abbia verso di noi.

E non ci indurre in tentazione – La frase, detta così, reca un paradosso: parrebbe che Dio stesso possa fungere da perfido tentatore!! In realtà, come spesso accade per le Sacre Scritture e non solo, il problema è nella traduzione nelle varie lingue moderne le quali non sempre rendono al meglio il significato originario, quando addirittura non lo travisano. Un esempio principe è quello del famoso «cammello» che non passerebbe nella cruna di un ago: fu – se vogliamo chiamarla così – un’ingenuità di san Girolamo, il quale nella Vulgata confuse due parole aramaiche graficamente molto simili ma di significato assai diverso. In tal modo l’originale “gomena, cavo per imbarcazioni” (molto più plausibile visto l’ambiente di pescatori) divenne nientemeno che un cammello. Se vogliamo, anche nell’Agnus Dei c’è un problema simile: l’Agnello che toglie i peccati del mondo è un calco sul latino tollis (verbo tollere) che ha molti significati, ma in questo caso il “togliere” non ha valore di “cancellare” bensì di “prendere su di sé, farsi carico”. Esattamente ciò che fece Gesù, ma nell’italiano d’oggi quel toglie è inteso solo come “sottrae, leva, annulla”.

Tornando al nostro caso, invece, la parola italiana “indurre” risulta essere un calco fedele del latino inducas, a sua volta traduzione dal greco. Senza voler scendere in troppe analisi, quell’indurre in tentazione fu adoperato secondo un valore arcaico non più in uso (un po’ come è successo col tollis), ma con un valore che oggi potremmo più o meno interpretare come: «Non permettere che cadiamo quando siamo tentati». La preghiera chiederebbe dunque l’aiuto, la forza necessaria per vincere la tentazione, e non di essere dispensati dalla prova stessa, anche perché - oltre tutto – essa viene da Dio proprio per vedere quanto il buon proposito corrisponde alla volontà. Peraltro, la Scrittura parla chiaro: “Poiché tu eri accetto a Dio, fu necessario che la tentazione ti provasse” (Tobia XII,13 Vg). Ma sulla necessità, utilità e perfino inevitabilità di essere messi alla prova si sono intrattenuti anche numerosi santi e dottori della Chiesa.

Ma liberaci dal male – Anche se il significato palese è abbastanza chiaro, in realtà si verifica pure in questo caso un problema di traduzione. Sia il latino malo che il greco ponerou, non permettono di stabilire se si tratti di un sostantivo riferito al “male” in senso astratto oppure in senso personale (il “maligno”, Satana). Tuttavia nella Bibbia leggiamo (Sapienza II, 24) che “per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo”. Ma la promessa di Cristo è che nella sua seconda venuta “metterà tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi” (1 Corinzi, 25) e che l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte (ibidem, 26). In tal modo la liberazione dal “male” assumerebbe un valore di più alto livello e completerebbe l’intero pensiero: sostienici nella prova e quindi liberaci dalla morte eterna. 

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«L’elmo del cristiano»

Riflessioni sul segno di croce

 

Il recente Anno della Fede ha richiamato giustamente la nostra attenzione sulla fede stessa e sul nostro modo di viverla e comprenderla. Per questo sarà pure il momento più opportuno per riscoprire (o forse conoscere per la prima volta!) un piccolo gesto, tanto elementare quanto fondamentale, diremmo enorme: il segno della croce. Lungi da noi l’idea di tenere una lezione di liturgia, vogliamo solo proporre alcune riflessioni che possano spingere il fedele a ritrovare il gusto di questo umile gesto ed anzi tornare a farne il più largo uso possibile.

Per efficacia e simbologia il segno in questione è una delle armi più potenti a disposizione del buon cristiano, tanto da essere stato definito “casco spirituale” (Cipriano di Cartagine, Lettera n. 58), “distintivo dei fedeli e terrore dei demoni” (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi), ma potremmo continuare davvero a lungo. Un tempo tanto praticato in maniera incessante dal più umile cristiano al più insigne dei santi, quanto oggi negletto se non addirittura dimenticato. Ci si segnava entrando in chiesa o passandovi davanti, oppure in presenza d’un funerale o d’un pericolo o d’una grave offesa alla religione, ecc. Oggi i più devoti lo svolgono meccanicamente, con sciatta rapidità quasi fosse un gesto “scacciamosche”, forse per stanca abitudine oppure per timore di qualificarsi davanti a tutti come cristiani: ma Gesù ha detto chiaramente che si vergogna di lui dinanzi al mondo verrà da Lui ripudiato davanti al Padre (Sinottici, passim). Altri, al contrario, ne fanno sfoggio spettacolare, o per fanatica ostentazione o addirittura retrocedendolo a puro rito apotropaico: è il caso ad esempio di numerosi atleti di varie discipline che prima di avviarsi alla gara si segnano, ma di fatto senza discostarsi di molto da quei pagani che prima dei giochi olimpici offrivano sacrifici agli dei.

Ecco allora che il segno di croce, umiliato e desemantizzato, spesso viene ridotto al pari d’un qualunque amuleto acquistato dai ciarlatani. Eppure, quale ricchezza, quale potenza, quale beneficio possiamo trarne! Il segno rinnova ogni volta la nostra fede nel Padre celeste, in Suo figlio crocifisso e redentore, nello Spirito vivificante. Segno trinitario, dunque, che quando lo si compie intingendo le dita nell’acqua benedetta ricorda altresì il nostro lavacro battesimale. Segno fugace, di sfuggita, e per giunta muto: nessuno (sempre per la fretta!) pronuncia più le dieci formidabili parole che dovrebbero accompagnare il gesto, qualificandoci senza equivoci come figli di Dio e mettendo in guardia il demonio dal tormentarci. La formula latina consta di otto parole, numero quanto mai significativo ma che purtroppo l’esiguità dello spazio ci impedisce di tratteggiare in tutta la sua meravigliosa e sorprendente simbologia.

Premesso che il segno va tracciato con mano ferma, proviamo ora a indagarne più da vicino la struttura. Il gesto “disegna” sul cristiano una perfetta croce greca, a quattro bracci uguali, secondo due assi nord/sud (fronte/petto) e est/ovest (le estremità delle spalle). In tal modo il segno di espande all’infinito verso i “quattro angoli del mondo” sia sul piano terrestre e orizzontale (Cristo fu disteso in terra per essere inchiodato) che in quello celeste e verticale del Cristo innalzato: lo spazio sacro omnidirezionale in cui s’irradia il Verbo di Dio. Un gesto che nel contempo ricorda che il corpo di Cristo crocifisso è gonfalone di vittoria sulla morte e vela che spinge al porto della salvezza. Si dirà che la croce greca non rispecchia quella latina a cui fu appeso il Cristo, ma qui il simbolo prevale sulla realtà: i bracci uguali possono essere inscritti in un cerchio (figura perfetta, immagine dell’universo) e indicare così sia i raggi del nuovo Sole nato per noi nell’attesa del giorno senza tramonto, sia quelli della ruota della Creazione che volve senza fine.

Per compiere il segno, le dita della mano destra si chiudono attorno al dito pollice come i petali d’un fiore da offrire a Dio, ma quella mano a scudo indica altresì la Carità che si avvolge a proteggere il povero e il debole; essendo chiusa, poi, segnala che essa per essere buona deve rimanere nascosta e mai ostentata. Ponendo la mano sulla fronte (sede dell’intelletto) si esprime anzitutto la Speranza nel Padre, scendendo sul cuore si proclama la Fede nel Figlio. Le tre virtù teologali sono infine suggellate fra loro dal braccio orizzontale dello Spirito Santo: da un estremo all’altro, da oriente a occidente, la mano compie un arco che è, sì, immagine del moto apparente del sole ma che rappresenta pure il passaggio dalla miseria alla gloria del Cristo sulla croce. Toccarsi le spalle però significa pure dichiarare di essere pronti a farci carico anche noi del peso della croce. Si noterà che la bocca non è affatto coinvolta nel meraviglioso simbolo: la mano scende dalla fronte al petto sorvolando le labbra. La voce è infatti solo uno strumento meccanico, che da solo non serve a nulla: non chi invoca “Signore! Signore!” entrerà nel regno dei cieli (Matteo VII, 21-27). Ma il passaggio sulle labbra ammonisce pure che la parola deve corrispondere alle opere (Corinzi I, 13). Infine, anche se si tratta di principio non più nell’uso liturgico, va ricordato che per S. Tommaso (“Summa theologiae” – Parte III - Questione 87 – art. 3) segnarsi con l’acqua benedetta influiva sulla remissione dei peccati veniali!

Il signum crucis è davvero potente e può essere ripetuto all’infinito: vi sono testimonianze di santi che si segnavano centinaia di volte al giorno. È un elmo spirituale che protegge dal Maligno ed è l’insegna del cristiano. Si può quindi facilmente comprendere, a questo punto, quale tristezza arrechi il veder un gesto così nobile ridotto a misera cosa. Segnandovi con la giusta lentezza e ben scandendo con la voce la formula trinitaria – sia nei momenti di devozione che in quelli di difficoltà – aprirete il cuore alla preghiera e sentirete sgorgarvi dal cuore nuova forza e nuovo coraggio nell’affrontare il gran mare della vita. 

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