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Riflessioni di don Daniele Dal Prà al commento di San Tommaso su tre Questioni

 

 COMMENTO DI SAN TOMMASO

QUESTIONE 1 – sulla pluralità delle mogli
        QUESITO 1 questo è contro la legge di natura?
        QUESITO 2 se sia stato lecito
        QUESITO 3 se avere una concubina sia contro la legge di natura

QUESTIONE 2 – sul libello di ripudio
        QUESITO 1 l’indissolubilità è di legge naturale?
        QUESITO 2 un tempo era lecito il ripudio?
        QUESITO 3 i motivi del libello e la sua scrittura

QUESTIONE 3 – sulla verginità
        QUESITO 1 che cos’è la verginità?
        QUESITO 2 la verginità è una virtù?
        QUESITO 3 verginità e il suo confronto con le altre virtù

 

QUESTIONE 1 – sulla pluralità delle mogli
ARTICOLO  1 Se avere più mogli sia contro la legge di natura
Problema avere più mogli sembra non essere contro la legge di natura, perché come sostiene Agostino, questo non era contro un precetto, in quanto nessuna legge lo proibiva. Il matrimonio essendo preordinato alla procreazione poteva avvenire anche da donne diverse, difatti se il diritto naturale è ciò che la natura insegna a tutti gli animali, la natura non a tutti ha insegnato la monogamia.
Ora non è contro l’ordine della natura che un unico artefice operi su diverse materie, ma contrariamente sembra appartenere al diritto naturale quanto è stato immesso nell’uomo nella stessa creazione della natura umana, e la monogamia essendo stata immessa nell’uomo nella stessa creazione della natura umana con le parole saranno due in una sola carne, è di legge naturale.
È contro questa legge di natura che un uomo dia ad uno ciò che è stato dato ad un altro, come è di legge naturale il non fare agli altri ciò che non si vuole fatto a noi stessi, di conseguenza nessun marito vorrebbe che la propria moglie avesse un altro marito, e la gelosia del marito verso la moglie riscontrandosi in tutti è naturale, dunque se la gelosia è un amore che non tollera nessun possesso estraneo sull’amato diviene contro natura il fatto che più mogli abbiano un solo marito.
Soluzione In tutte le cose sono presenti naturalmente certi principi, per compiere le azioni che sono loro proprie rendendoli convenienti al loro fine (esempio il magnete, per natura tende verso il basso e per la sua natura specifica attrae a se il ferro).
Se negli esseri che agiscono per necessità di natura, i principi operativi sono le forme, dalle quali scaturiscono le operazioni proporzionate al fine, negli esseri dotati di conoscenza, i principi operativi sono determinati dalla conoscenza e da l’appetito, perché alla facoltà conoscitiva è necessaria una concezione naturale e a quella appetitiva una inclinazione naturale, che rendano proporzionati al fine gli atti corrispondenti alla specie.
Ora l’uomo è l’unico essere che ha in se la nozione del fine e il rapporto dell’operazione con il fine, e la conoscenza naturale che lo dirige nell’agire, viene giustamente chiamata Legge Naturale, intendendo con tale definizione, la conoscenza innata nell’uomo, che lo dirige nel suo agire, compiendo quelle azioni che sono a lui proprie.
Queste azioni a lui proprie sono sia quelle dovute alla natura del genere (come il generare, il mangiare), sia quelle dovute alla natura della specie (il ragionare), e divengono contro natura, quelle azioni che sono inadatte al suo fine.
L’azione può non essere proporzionata al fine principale o al fine secondario, impedendo del tutto od in parte il raggiungimento del fine, in questi casi, se l’atto è sproporzionato da impedirne il fine principale è proibito dalla legge di natura, diversamente se l’operazione è sproporzionata a un fine secondario, è proibita da quelli secondari che dalla legge di natura derivano. (Esempio: l’eccesso o la carenza di cibo impedisce la salute che è il fine principale della nutrizione, e di conseguenza impedisce il compimento delle proprie mansioni che è il fine secondario).  
Il matrimonio ha come fine principale, la procreazione e l’educazione dei figli, e in questo senso il matrimonio corrisponde al bene dei figli, e secondo il filosofo, ha come fine secondario lo scambio dei servizi necessari nella vita, e in conseguenza di questa caratteristica esclusivamente umana, i coniugi si devono fedeltà, che è uno dei beni matrimoniali. Ma ha ancora un altro fine, perché si trova nei fedeli, significando l’unione di Cristo con la Chiesa, facendo del bene del matrimonio un sacramento, per cui il primo fine (procreazione) corrisponde al matrimonio dell’uomo in quanto animale; il secondo (scambio dei servizi) in quanto uomo; il terzo (fedeltà) in quanto fedele.
Ora mentre la pluralità delle mogli non impedisce il fine procreativo ed educativo, il secondo anche se non lo esclude, lo ostacola gravemente non potendo soddisfare più mogli nei loro desideri «così come litigano i vasai tra di loro, così litigano fra loro le mogli di un unico marito» . Il terzo è escluso totalmente, perché come unico Cristo e la Chiesa, così unica è la realtà sacramentale, di conseguenza a quanto sopra esposto si dovrebbe concludere che la pluralità delle mogli in un certo modo è contro la legge di natura, e in un certo modo no.

Risposta alle difficoltà
Il primo aspetto è che la consuetudine, non pregiudica la legge di natura rispetto ai suoi precetti primari, ma le norme che ne derivano, la consuetudine può potenziarle o ridurle, e tale è il precetto della legge naturale sulla monogamia. Le norme che la legge naturale trae dai suoi principi hanno in se stesse forza coattiva solo quando vengono sancite dalla legge umana o divina «Cicerone: il timore delle leggi e la religione hanno sancito le cose stabilite dalla natura e confermate dalla religione» , e su questa base Agostino poté affermare che i patriarchi non agivano contrariamente ad un precetto, perché nessuna legge proibiva questo.
Quindi il diritto naturale è preso in  tre sensi:
1-    è detto naturale in rapporto al suo principio --- stabilito dalla natura «Cicerone: il diritto di natura non è frutto di opinioni, ma impresso in noi da una virtù innata» .
2-    Come si dice che alcuni moti sono naturali perché derivati da una causa superiore che è il loro motore, così anche le leggi divine, possono dirsi di legge naturale perché derivano da Dio «Isidoro: è diritto naturale quanto è contenuto nella Legge e nel Vangelo» .
3-    Si parla di diritto naturale non solo in riferimento alla causa ma anche in riferimento alla stessa natura, si devono escludere le cose che riguardano solo l’uomo per limitarsi alle norme che la ragione detta comuni con altri esseri. Quindi più mogli non è contro il diritto naturale, preso in questo senso, lo è rispetto al precedente, perché proibito dal diritto divino. Inoltre la pluralità è contraria al diritto naturale, anche rispetto al primo senso, perché se la natura detta ad ogni animale di comportarsi in maniera conveniente alla sua specie, certi animali conservano naturalmente l’unione monogamica.
La soluzione potrebbe essere con questi presupposti chiarita, ma siccome l’argomentazione formulata sembra mostrare che la poligamia vada contro i primi principi della legge naturale, si deve rispondere anche a questi: nell’uomo differentemente da ogni realtà creata, la sua natura umana ha in se un carattere di perfezione, che ha infuso in esso le norme per raggiungere sia il fine primario sia quello secondario del matrimonio; in questo senso l’uomo all’inizio della creazione possiede un'unica moglie.
Affinché il matrimonio raggiunga il bene della prole, il marito deve concedere alla moglie il proprio corpo, ma questa donazione, affinché produca l’aspetto procreativo richiede la soddisfazione del debito coniugale, soltanto in alcuni momenti, diversamente dal matrimonio, inteso come rimedio dalla concupiscenza che estende ad una più elevata intensità l’assolvimento del debito coniugale.
Quindi, se non è contro i principi primi della legge, il fatto che un uomo abbia più mogli, in riferimento al principio primo di assolvimento del debito coniugale, non ugualmente lo si può affermare di una donna, perché la donna che ha più mariti, elimina il bene della prole, venendo meno anche ai fini dell’educazione e della certezza della paternità, necessari ad una crescita equilibrata dei propri figli.
ARTICOLO 2 Se avere più mogli sia stato lecito un tempo
Problema sembra che avere più mogli non sia stato lecito in nessun periodo, infatti, se anticamente fu permesso, questo poteva esserlo a seguito di una dispensa o in quanto era lecito in se stesso. Ora se Dio ha inserito nella natura umana la monogamia non risulta che su questo punto egli abbia mai dispensato nemmeno in vista della moltiplicazione della specie. Però la legge antica menziona questa pluralità, in uomini accetti a Dio come Giacobbe, Davide, ed altri, quindi era lecito.
Soluzione il fine principale del matrimonio va sempre salvaguardato, ed essendo questo fine la moltiplicazione della prole, quando la moltiplicazione divenne necessaria per accrescere i figli da educare al culto di Dio, si poté trascurare per un certo periodo la riduzione nei confronti dei fini secondari, la cui estinzione avvenne perché ordinata dal precetto che proibiva la poligamia.
Risposta alle difficoltà il medesimo vigore attribuito al diritto naturale può talvolta variare in alcuni luoghi e a tal proposito viene detto che non fu mai lecito avere più mogli senza una dispensa ottenuta per ispirazione divina. Questa dispensa non è data contrastando le tendenze di Dio inserite nella natura, ma al di fuori di esse in quanto non devono attuarsi sempre, e siccome la legge di natura è impressa nei cuori e non è promulgata per iscritto, così nessuno scritto andava fatto al riguardo.
La procreazione ha in se il proposito di educare alla fede e di conseguenza la fedeltà a Dio risulta essere superiore alla fedeltà richiesta verso la moglie, in questo senso non è inconveniente detrarre agli altri beni, tenuto conto del fatto che la fedeltà e il sacramento rimangono in qualche modo anche nella poligamia, significando la fedeltà di Cristo con la Chiesa nei gradi di quest’ultima (militante-trionfante) nella pluralità delle mogli. Con la venuta di Cristo, il culto a Dio è rivolto a tutte le genti, quindi decade il precedente motivo della dispensa.
ARTICOLO 3 se avere una concubina sia contro la legge di natura
Problema 1 secondo il diritto positivo (che Cicerone ricorda essere derivato dal diritto naturale), la fornicazione semplice non è proibita, e la legge naturale non proibisce neppure che si possa dare temporaneamente e con delle restrizioni, ciò che si può dare puramente e semplicemente. Questo potere temporaneo esteso sul corpo stesso della nubile, permette che ella possa usare come vuole ciò che gli appartiene, giustificando con il suo consenso che il marito si unisca ad un'altra donna senza commettere peccato. Ma al contrario secondo la legge, i figli nati dalle concubine sono disonorati, quindi è contro la legge di natura avere una concubina.
Soluzione al problema 1 siccome le cose sono denominate dal fine, il matrimonio prese il nome dal bene della prole, invece il termine di concubina esprime solo il rapporto sessuale, perché il rapporto è cercato per se stesso e anche se ricercasse la prole, nel concubinato vengono meno gli aspetti di educazione-istruzione-nutrimento-formazione, che esigono un rapporto duraturo.
Risposta alle difficoltà i pagani offuscarono in molti punti la legge di natura, ma gli apostoli inserirono il divieto della fornicazione. L’oscuramento nel quale caddero i gentili non rendendo a Dio gloria, non proveniva dalla legge di natura, quindi, come va contro la legge naturale il cibarsi senza moderazione, sebbene chi agisca in questo modo non faccia un torto ad altri, va contro la legge di natura dare anche solo temporaneamente il proprio corpo ad altri.
Problema 2 sembra che unirsi a una concubina non sia peccato mortale, perché la bugia è assai più grave come risulta dal peccato commesso da Giuda con Tamar rifiutandosi di mentire la sua fornicazione. Anche san Gregorio afferma la maggior gravità dei peccati spirituali rispetto a quelli carnali, e altri giustificano l’incitamento ai piaceri venerei non sempre un peccato mortale, dato che un atto di gola non sempre è peccato mortale. Ma al contrario Dio esclude dal suo regno chi è in peccato mortale e solo questi sono detti crimini «guardati da ogni fornicazione e non ti permettere mai di compiere un crimine con una che non sia tua moglie» .
Soluzione al problema 2 il peccato mortale essendo un atto che rompe il vincolo di amicizia con Dio e tra gli uomini, è incompatibile con il precetto della carità – di conseguenza – la fornicazione rompe l’ordinamento che i genitori doverosamente hanno verso i figli, quindi la fornicazione è peccato mortale.
Risposta alle difficoltà l’uomo è spesso propenso ad evitare qualche peccato veniale più che uno mortale, come nel caso di Giuda che evitò la bugia senza evitare la fornicazione. Il peccato è mortale perché è punito con la morte eterna di conseguenza certi peccati non puniti dalle leggi temporali sono mortali, come è il caso della fornicazione.
Problema 3 la donna sposata non poteva essere cacciata, ma Abramo cacciò di casa Agar e suo figlio non fu erede, quindi, al contrario ciò che va contro il decalogo non fu mai lecito perché questi afferma non fornicare.
Soluzione al problema 3 la dove nell’Antico Testamento i santi padri ebbero concubine, si deve alludere che queste fossero unite loro in matrimonio, perché nel matrimonio ordinato al fine principale che è il bene della prole, esse sono unite in modo indissolubile. Mentre nel fine secondario rappresentato dallo scambio dei servizi deputati al governo della famiglia, la moglie è unita al marito come compagna – dunque è in questo caso secondario – che esse avevano qualcosa di simile alle concubine e per questo erano così chiamate.
Risposta alle difficoltà se in seguito a una dispensa nella legge di Mosè era lecito dare il libello in caso di uxoricidio, fu lecito ad Abramo scacciare Agar per significare il mistero di cui parla san Paolo.


QUESTIONE 2 – sul libello di ripudio
ARTICOLO 1 se l’indissolubilità del matrimonio sia di legge naturale
Problema l’inseparabilità non appartiene alla legge di natura, questa rientra nel bene del sacramento (anche se questi ultimi non appartengono alla legge di natura). Assolti i fini cui il matrimonio è ordinato è lecito rimandare la moglie senza pregiudicare la legge di natura. L’indissolubilità è più contro la legge di natura che a favore, in quanto un uomo potrebbe non avere figli dalla sua donna, ma potrebbe averne da un'altra. Al contrario però alla legge di natura spetta quanto ha ricevuto al suo inizio, conseguentemente si rispetta la legge naturale quando l’uomo non entra in contrasto con Dio.
Soluzione la prole essendo un bene comune dei coniugi, fa si che secondo la legge di natura, il matrimonio, sia una società perpetuamente indivisa.
Risposta alle difficoltà la legge di Cristo perfeziona il genere umano per cui nessuna legge poté togliere del tutto ciò che era contro la legge di natura. L’indissolubilità segno dell’unione tra Cristo e la Chiesa, si oppone più al bene del sacramento che al bene della prole, che diviene fine secondo in vista della legge di natura. Di conseguenza il matrimonio è ordinato sia al bene della prole che al rimedio della concupiscenza giovando così, non solo a ciò che compete ad uno solo.
ARTICOLO 2 se un tempo fu lecito ripudiare la moglie
Problema 1 sembra che non sia stato lecito per dispensa ripudiare la moglie, al contrario Agar fu trattata come una moglie, però Abramo la cacciò per un precetto divino, quindi, non peccò.
Soluzione al problema 1 «l’indissolubilità sebbene sia della seconda intenzione del matrimonio in quanto è un compito naturale, tuttavia è della sua prima intenzione in quanto è un sacramento della Chiesa: quindi […] non può essere oggetto di dispensa» .
Problema 2 siccome Mosè non proibì il ripudio e non peccò, in quanto la legge è santa, sembra che un tempo il ripudio sia stato lecito, in quanto, lo Spirito ispira sempre ciò che è lecito. Ma al contrario il Signore afferma che il libello di ripudio fu dato per la durezza del cuore, in modo che a quanti agivano secondo la legge non sembrasse peccato ciò che era peccato.
Soluzione al problema 2 i profeti ispirati dallo Spirito dicevano che si poteva rimandare la propria moglie affinché non avvenissero mali peggiori, quindi queste concessioni furono date per evitare l’immoralità.
Un bene può essere omesso per due motivi:
1°) per raggiungere un bene maggiore, come Giacobbe venne dispensato dalla monogamia per il bene della prole
2°) per evitare un male maggiore, e in questo caso la dispensa data con l’autorità di chi può concederla, fa si che l’omissione di quel bene non produca reato, come nella legge di Mosè fu sospesa per evitare l’uxoricidio.
Problema 3 il marito poteva risposarsi senza peccato, quindi, anche la moglie, ma al contrario si legge che chi sposa una ripudiata commette adulterio, e l’adulterio sotto la legge non fu mai lecito.
Soluzione al problema 3 la legge nuova è superiore all’antica, perché porta con se alcuni consigli in aggiunta, non solo verso le cose che l’antica legge riteneva lecite, ma anche verso quelle considerate illecite, quindi la Parola di Gesù intesa nel tempo della legge nuova, ritira quelle concessioni.
Problema 4 era lecito al marito riprendersi la moglie ripudiata, perché era lecito correggere ciò che fu fatto male, quindi il ripudio era considerato un male, mentre il perdono era un atto lecito. Ma al contrario si legge che il primo marito non può ripudiarla se contaminata, ossia se risposata con un altro.
Soluzione al problema 4 la proibizione di riprendere la moglie ripudiata era per impedire il male che si commetteva ripudiandola, per questo Dio la ordinò, quindi era sempre lecito perdonare per quanto attiene il rancore del cuore, mentre non si era tenuti a farlo quando riguardava una pena assegnata da Dio.
ARTICOLO 3 se la causa del ripudio fosse l’odio verso la moglie
Problema 1 infatti si legge: se l’hai in odio rimandala ma contrariamente la sterilità e la fornicazione sono incompatibili al matrimonio più che l’odio; inoltre l’odio poteva essere causato anche dalla virtù di chi viene odiato, il che è assurdo e non può essere la causa sufficiente del ripudio.
Soluzione al problema 1 la sterilità ed altri difetti sono cause remote, la virtù non rende odiosi, la proibizione perpetua di ripudiare la moglie veniva inflitta come un castigo, che toccava anche a colui che l’avesse deflorata prima di sposarla.
Problema 2 il libello serviva solo a mostrare i motivi del ripudio, se dunque questi non vi erano scritti, la consegna era inutile. Ma al contrario se i motivi erano sufficienti la donna aveva perso la possibilità di passare a seconde nozze, se erano insufficienti il ripudio era ingiusto, quindi se ne deduce che in alcun modo i motivi erano scritti nel libello di ripudio.
Soluzione al problema 2 «i motivi del ripudio erano scritti nel libello in modo generico per provare che il ripudio era giusto – affinché la donna potesse risposarsi – invece per Agostino esso veniva scritto perché con l’intervento dissuasivo dei rabbini il marito desistesse dal proposito» .

Infine si studia la verginità e vengono posti tre quesiti.

QUESTIONE 3 – la verginità e il suo confronto con le altre virtù
ARTICOLO 1 che cosa è la verginità
Sembra non essere la risoluzione perpetua di conservare l’incorruttibilità in una carne corruttibile. È più fragile di altri beni, come la carità che non è un bene perpetuo, quindi la perpetuità non definisce la verginità. Ambrogio dice che la verginità è integrità priva di contagio ma il copro è contaminato dalla polluzione notturna.
Soluzione la verginità è una certa integrità e ha una triplice corruzione
1)    Corporale che infrange il segno della verginità
2)    Spirituale e Corporale data dal piacere dei sensi per il moto del seme
3)    Spirituale data dalla ragione che si sottomette a tale piacere
Però l’inquinamento che è tolto dalla verginità – trova il suo compimento ultimo nell’atto della ragione – che sceglie o ripudia le predette corruzioni.
Risposta alle difficoltà mentre negli Angeli, per natura non ci può essere la corruzione che è tolta dalla verginità, i Santi dopo la risurrezione hanno la natura della carne che fu corruttibile. In essi ci potrà essere la verginità, essendo vergini non per il fatto che la loro carne non si corruppe, ma per il fatto che non fu mai corrotta. La perdita della verginità si può recuperare, non invece quella perdita in cui viene sottratto ciò che è materiale. Si dice vergine colei che ha scelto l’incorruzione, che è materiale nella verginità, che non ha mai perduto e intende avere e conservare. Non si richiede però che non abbia mai avuto una scelta contraria, ma che non abbia mai avuto una corruzione contraria, in quanto la verginità perduta non può essere recuperata, per il fatto che ciò che è passato non può essere recuperato, e ciò che per principio è esterno, non è ordinabile dalla ragione (violenza etc.).
ARTICOLO 2 se la verginità è una virtù
Problema ogni virtù consiste nel giusto mezzo e la verginità non consiste in questo, ma in un estremo. Nello stato di natura creata, così come nel tempo di Mosè, non è lecito conservare la verginità, la verginità viene perduta senza peccato nel matrimonio e non può essere recuperata con la penitenza. Ogni virtù è ordinata a qualche atto, mentre la verginità è privazione di un atto, chi ha una virtù le possiede tutte ma chi manca della verginità ne possiede altre.
Nessuno fa cattivo uso di una virtù, ma della verginità c’è chi ne fa un cattivo uso come le vergini stolte del vangelo, la continenza si contrappone al matrimonio e allo stato di vedovanza, ma questi ultimi non sono posti fra le virtù. Al contrario l’Apostolo dice che ognuno riceve il proprio dono da Dio e parla del dono della verginità; essendo i doni spirituali delle virtù, anche la verginità è una virtù, e alla virtù spetta il premio del centuplo, come dicono i Santi Padri per la verginità.
Soluzione nella soluzione l’Autore elabora una analogia con la compravendita: come questa è materia di liberalità, così i piaceri venerei sono materia della castità e continenza. Se nella compravendita la grande spesa esige la virtù della magnificenza, per la sua difficoltà, la temperanza ha lo stesso una grande difficoltà nel reprimere i piaceri, quindi quello che in questa materia è principale (ossia l’immunità da ogni corruzione di piacere carnale), esige una speciale virtù chiamata verginità che se è perfetta, necessariamente deve procedere da qualche abito di virtù. Ora mentre la magnificenza nella compravendita  può recuperare la materia perduta, ciò non avviene nella incorruzione perduta.
Risposta alle difficoltà i Teologi sostengono che la virtù non è sempre nel mezzo, ma questa affermazione ignora “cosa sia il mezzo della virtù”, in quanto il giusto mezzo della virtù è preso seconda retta ragione, di conseguenza se qualche cosa non è nel mezzo, non è secondo retta ragione, e così non è virtuoso. La verginità seppur all’estremo in quanto alla sua materia, è nel contempo nel mezzo, perché osserva la giusta medietà nelle circostanze dovute, in caso contrario sarebbe un eccesso, se questa verginità fosse conservata quando non si deve come nella legge di Mosè.
Un’altra considerazione è fatta riguardo al Tempo, nel senso che non vi è inconveniente se qualche cosa non è lecito in un tempo, mentre è virtuoso in un altro tempo. Quindi avvenuta una sufficiente moltiplicazione del genere umano, l’uomo non avrebbe peccato conservando la verginità anche sotto la legge, poiché la moltiplicazione poteva avvenire ad opera di altri.

ARTICOLO 3 se la verginità sia la più grande di tutte le virtù
Problema se la bellezza è essenza della virtù, questa è perfetta in colei a cui nulla manca, quindi è massima nella virtù della verginità. Se alla virtù maggiore è dovuto un premio maggiore, alla verginità spetta il massimo premio, perché congiunge a Dio, nel modo più intimo. Ma al contrario il celibato di Giovanni non è preferito al matrimonio di Abramo, e l’umiltà di Maria, è piaciuta a Dio più della sua verginità (san Bernardo). Conclusione la verginità non risulta essere la più grande delle virtù.
Soluzione le virtù che per oggetto hanno un bene spirituale sono migliori di quelle corporali, quindi le virtù teologali, sono più degne di quelle morali. Parlando di quelle morali, possiamo considerare la vicinanza di queste a quelle teologali in quanto dispongono ad essa, e di tutte le virtù morali quella più vicina risulta essere la temperanza, perché per sua natura la ragione, viene totalmente sommersa nei piaceri.
Risposta alle difficoltà citando Aristotele, san Tommaso formula nei piaceri, oggetto della temperanza, la realtà più ignobile, perché comune alle bestie. La temperanza reprimendo questi piaceri pone nel suo sommo grado (la verginità) la massima bellezza.
Questa considerazione però non sostiene che la castità sia la più degna della virtù perché altrimenti si dovrebbe dire che le vergini insieme a questa abbiano altre virtù, mentre gli altri non hanno la verginità insieme alle altre virtù, diversificando la comparazione della verginità e delle vergini con le altre virtù e con gli altri. Il matrimonio di Abramo è equiparato al celibato di Giovanni quanto al merito delle persone: tanto meritava Abramo quanto Giovanni perché servivano Dio con uguale prontezza secondo il loro tempo.

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