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Riflessioni don daniele su la crisi della patermità dal testo di

Paul Josef Cordes
"L'ECLISSI DEL PADRE "

 

 
Ascoltate, o figli, l’istruzione di un padre e fate attenzione per conoscere la verità, perché io vi do una buona dottrina; non abbandonate il mio insegnamento (Pr 4, 1-2).

 

INTRODUZIONE

Giovanni Paolo II intervenendo a l’UNESCO , definì la cultura, ciò per cui l’uomo accede di più all’essere, e come logica conseguenza, la famiglia diviene il luogo davvero capace e necessario per apprendere ed insegnare a l’uomo, l’amore. Una collettività che snatura la famiglia, così come è scaturita dal progetto originale e fondante di Dio, priva l’uomo stesso dei suoi legami naturali più qualificanti, esponendo la natura umana alla manipolazione di quei poteri esterni, che ne minano alla radice la sua stessa libertà e capacità di amare .
Nella sua esperienza di attore, già da giovane, Karol Wojtyla, vede l’amore come liberazione della libertà, un amore che nella paternità assume un rapporto talmente potente, da porre le basi per la costruzione del mondo stesso .
Il grido di allarme sulla scomparsa della figura del padre, diviene sempre di più motivo di studi, riflessioni, consulenze, che cercano di analizzare un cambiamento che deforma l’IO maschile da due secoli a questa parte. Sia in ambito sociale che economico, come nel campo culturale e tecnologico, una sovranità indivisa della personalità è stata sopraffatta da forze diverse nei processi decisionali. Mentre le società tradizionali, con le loro differenze, poggiavano sull’esperienza acquisita attraverso la conoscenza, garantendo il riconoscimento dei padri da parte dei figli, oggi assistiamo ad una diminuzione di autorità in tutti i versanti con una conseguente a-temporalità sia dell’autorità che della sovranità; un’evoluzione che sminuisce l’autorità paterna anche se l’immagine del padre è stata per secoli immutabile.
Il teologo Paul Josef Cordes, partendo da alcuni studi della femminista americana Susan Paludi, circa il carattere secondario che i padri svolgono nella società odierna, conduce la sua riflessione su gli aspetti essenziali della paternità, interrogandosi su cosa la fede in Dio abbia a che fare con la paternità.
Attraverso il nostro percorso, intendiamo riflettere su questo autorevole pensiero, consapevoli del fatto che per il credente soltanto Dio può essere la carta su cui tutto puntare .

L'ECLISSI DEL PADRE

L’Autore del testo in esame , affronta l’evanescenza dell’immagine che gli uomini hanno nei confronti di sé e della stessa paternità; un insicurezza che sempre più viene rimossa con uno spiccato attaccamento al lavoro e con nuove forme di distrazione.
Una delle cause che determinarono l’eclissi della figura paterna viene attribuita al movimento femminista, una rivoluzione quella femminile, che, procedette per ondate successive: iniziata negli USA dalla liberazione degli schiavi afro-americani, con il XIX secolo continuò con la battaglia a favore del suffragio universale alle donne; spostandosi poi, negli anni '60 verso il loro sfruttamento economico visto come sfruttamento commerciale ed oggetto sessuale.
Un’esponente di spicco di questa corrente femminista, Valeska von Roques tracciando negli anni '80 un quadro sul nuovo maschio negli Stati Uniti di America, considerava questo trionfo femminile come un chiaro messaggio a molti uomini sul dover battere in ritirata, sia fuori nel mondo esterno sia a casa, dove l’emancipazione femminile li obbligava a rivedere i modelli fondamentali più intimi della loro vita personale.
Altra personalità influente del movimento femminista è stata Susan Paludi attraverso il suo studio intervista al mondo femminile, alla domanda posta sui problemi che travagliano gli uomini, le femministe rispondevano che gli uomini sono in crisi perché non sopportano di condividere il potere pubblico con l’altro sesso. La stessa domanda veniva poi condotta verso un pubblico diametralmente opposto, cioè quello dell’antifemminismo, il quale invece identificando come femminaziste l’intero movimento di massa a favore della donna, concludeva sul come la sofferenza maschile nasca piuttosto dalla ovvia conseguenza della mancanza del padre.
Sempre negli Stati Uniti in quegli anni, gli uomini diedero vita a diversi movimenti, di sostegno ed aiuto alla personalità maschile, e da interviste loro rivolte, una questione interessante che emergeva, era data dal fatto che in molti casi, fossero le mogli stesse ad assumersi la responsabilità della risposta, non tanto, per sopraffazione verso il maschio, ma come spiega Holly, moglie di Randy Phillips perché venendo lei stessa da una famiglia distrutta ed abbandonata dal padre a soli sei anni di età, ed avendo vissuto in prima persona le tragiche conseguenze di questo vuoto esistenziale, lei era ben consapevole di cosa significasse crescere orfana di padre. Per Holly, dunque, una ferita insanabile, perché Dio che ci ha creati per comprendere e provare l’amore di una madre e di un padre, quando questo amore non è espresso, necessariamente crea un vuoto; è dunque il vuoto creato dal padre a convincere anche le stesse donne, sul grave danno che la trasformazione in atto stava provocando .
È chiaro che sarebbe riduttivo cercare solo nel femminismo la causa di perdita di stima di molti uomini e padri, anche se ne rappresenta il momento culminante e conclusivo, però dobbiamo tenere in considerazione anche gli spostamenti di natura antropologica, dovuti alla mancanza di contentezza della propria sessualità. I sessi, si avvicinano anche con la moda unisex, e nella bio-negazione come chiara rivendicazione dell’istituto matrimoniale per gli omosessuali, dove l’uomo dovrebbe diventare madre e la donna padre, tesi che avvallate anche da correnti psico-sociologiche, considerano la bipolarità dei sessi biologicamente importante per la trasmissione della vita umana, ma del tutto insignificante per la determinazione della personalità.
L’indeterminatezza sessuale e l’accentuazione della somiglianza tra il maschile ed il femminile, rilega l’uomo nella sua fusione originaria con la madre, e divenendo rifiuto di accettazione della legge, ne favorisce comportamenti violenti anche tramite appartenenze a gruppi estremisti, che divengono necessari al fine di poter dimostrare la propria esistenza, aprendo anche la strada alle più svariate forme di devianze sessuali. Difatti l’universo della madre con il figlio è un mondo chiuso, e se nessuno penetra questa chiusura, immettendovi ciò che la madre non può esprimere, crea necessariamente situazioni psico-comportamentali più che mai nocive. Spetta dunque al padre, sciogliere questo nodo che lega madre e figlio, aiutandolo a diventare intraprendente ed autonomo; assumere la posizione di terzo non significa essere una seconda madre o comportarsi come compagni con i figli, ma bensì l’antipode che deve anche contribuire all’acquisizione dell’identità sessuale. Questo atteggiamento è divenuto fuorviante non solo nel suo aspetto culturale, ma pure legislativo, riducendo nel diritto il ruolo e la competenza dei padri nel processo dell’educazione.
Così gli Stati sono diventati protagonisti nel cambiare le Leggi, lasciando sempre più la madre a fungere da persona di riferimento per i figli. La Francia per esempio riconosce la patria potestà solo alla madre, nel caso di coppie non sposate, ed il padre può esercitare la propria autorità solo con il consenso della madre; introducendo la novità anche nelle coppie sposate che non sia più l’indissolubilità del matrimonio la base dell’autorità dei genitori sul figlio bensì il legame di fatto, cioè una realtà soggettiva privata, che esonerando il padre da qualsiasi responsabilità, non lascia, alcuna garanzia sociale per il figlio. Non differente è la legislazione della Repubblica Federale Tedesca, dove in un crescendo di modifiche legislative, basta la constatazione del fallimento del matrimonio per poter divorziare. La riforma del divorzio, esaltata come la conquista del secolo, evidenzia come i padri risultino essere sempre più perdenti, ed i figli vengono molte volte utilizzati egoisticamente dalle madri a loro favore. Nei tribunali tedeschi difatti quando si tratta di stabilire un affidamento dopo un divorzio, i padri sono un esigua minoranza come dimostrano i dati relativi: solo l’8,3% dei figli, viene affidato al padre. Le Leggi statali e le decisioni dei tribunali non hanno portato al promesso miglioramento della qualità della vita e della convivenza umana, bensì confermato o aumentato i problemi famigliari. Leggi fatte secondo gli orientamenti di Stati occidentali e orientamenti giuridici convalidati poi, in sede ONU, favoriscono sempre più, l’emarginazione paterna dal processo di crescita dei figli e del loro inserimento nella vita sociale. Famiglie incentrate sulle donne, con una crisi profonda di identità, favoriscono un narcisismo esasperato, difatti, l’uomo essendo padrone di se stesso non dovrà più se stesso a nessuno, e venendo meno il legame tra le generazioni, si blocca la volontà di essere autonomi e responsabili: perciò si guarda con sempre più sospetto alla paternità ed alla procreazione.
Sorge spontanea una riflessione: in questo contesto culturale, ove sempre più correnti esaltano l’amore per la vita attraverso il suo miglioramento qualitativo; dove i centri di benessere, di fitness, medicine ricostituenti e cosmetici tentano di allontanare dall’uomo forme di stress sempre più frequenti, come mai l’IO rimane sempre più solo?
Mentre la vita si dispiega nel nostro profondo come la ricerca di una continua comodità, di un desiderio di gioia e di godimento pianificabile, come mai il piacere si sottrae alla nostra volontà?
L’uomo sembra condannato come il personaggio mitologico Narciso, su cui cadde la maledizione della dea piena di risentimento per il suo amore non corrisposto; l’uomo del terzo millennio, sembra sottoposto allo stesso castigo crudele, quello di innamorarsi della sua stessa immagine riflessa nello stagno, come essere imprigionato in un carcere, catturato nel vano tentativo di abbracciare se stesso.

UNA NUOVA ANTROPOLOGIA CRISTIANA

Sulla scia delle precedenti osservazioni, aiutati dalle parole di Giovanni Paolo II: se il nostro secolo è, nelle società liberali, caratterizzato da un crescente femminismo, si può supporre che questo orientamento sia una reazione alla mancanza di rispetto dovuto ad ogni donna […] nella nostra civiltà la donna è divenuta prima di tutto oggetto di godimento […] ma stanno ridefinendosi le basi per il consolidamento della sua posizione nella vita non soltanto familiare, ma anche sociale e culturale , comprendiamo, come la Chiesa non abbia paura di denunciare i grandi errori del passato, mentre con grande sapienza attraverso encicliche e discorsi, delinei una nuova visione antropologica cristiana.
In un crescendo straordinario, il Papa sottolinea a più riprese, come l’uomo non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé, e le donne in questo processo sono maggiormente dotate rispetto agli uomini, per il fatto che l’uomo trovandosi sempre all’esterno del processo della gravidanza e della nascita, ha necessità di imparare dalla moglie la propria paternità; spetta alla donna quindi assumere l’elevatissimo ruolo, non solo di presentare al figlio la paternità, ma nel contempo di aiutare il padre ad esercitarla.
La madre ammira questo mistero, con singolare intuizione comprende quello che sta avvenendo dentro di lei. Alla luce del principio la madre accetta ed ama il figlio che porta in grembo come una persona. Questo modo unico di contatto col nuovo uomo che si sta formando crea, a sua volta, un atteggiamento verso l’uomo, non solo verso il proprio figlio, ma verso l’uomo in genere […] l’uomo sia pure con tutta la sua partecipazione all’essere genitore si trova sempre all’esterno del processo della gravidanza e deve per tanti aspetti imparare dalla madre la sua propria paternità. .
La paternità biologicamente parlando deriva dall’atto della procreazione, anche se questo concetto di procreazione non è in grado di cogliere pienamente la relazione padre-figlio, la paternità ha così non di rado un’esperienza insignificante nel suo punto iniziale, come ricorda G. Marcel, ma la paternità si fonda su una decisione e conduce a un legame reale. Il padre che si dedica con stupore all’altro da sé, dice del figlio ciò che la Parola di Dio dice della creazione: questo è molto buono. Nel mio della relazione il padre prende coscienza della sua autorità sul figlio, ed il padre, contrariamente ai modelli pedagogici a favore della comprensione e indulgenza, non può fare a meno di correggere il figlio, diffidando da quel atteggiamento debole ed indulgente che il Re Davide assunse nei confronti di Assalonne. La paternità esige un amore paterno nel quale anche il padre scopre di essere un figlio, incapace di risolvere tutto da solo e quindi spinto ad affidare sé e i suoi al Padre, un Padre che per il credente, trova solo in Dio, il Tu sufficiente e non un alternativa.
Kierkegaard volendo porre fine alla chiusura paterna e vincere la propria incapacità di superare la propria vita, presenta nella storia tra Abramo ed Isacco, non scevra della sua naturale faticosità e difficoltà, la sua apertura alla trascendenza. Differentemente dall’atteggiamento di Pietro di Bernardone, padre di Francesco, che ha sempre puntato sul fatto che il figlio potesse corrispondere, con la sua fantasia e con il suo dinamismo imprenditoriale, alle proprie aspettative circa il futuro, evidenzia come nel filosofo, l’amore paterno abbia una forza particolare. Abramo si dona nel figlio; è la fede a rendere possibile al padre di conservare il figlio e, contemporaneamente di sacrificarlo, di assicurarsi il futuro e di donarsi. Una realtà che trova la sua massima espressione nel Figlio per eccellenza, Gesù Cristo, nella cui azione salvifica, diventa visibile lo stesso Padre, che non ha paura di fare ciò da cui ha preservato Abramo.

LA PATERNITA' NEI GRANDI MONOTEISMI

Un’ulteriore analisi ci spinge a chiederci, quale sia il posto che il Padre di Gesù occupa nelle grandi riflessioni teologiche, e all’interno dei più importanti monoteismi del nostro tempo? Il posto che il Padre di Gesù, occupa nei lavori dei grandi teologi, conduce ad una sorprendente constatazione: i ricercatori pensano più spesso a Dio che non all’eterno Padre. Difatti, gli apologeti, costretti ad adottare i concetti e la terminologia dei loro avversari dovettero aprirsi al linguaggio della filosofia; ed in tale contesto, attribuire a Dio in maniera pura e semplice il titolo di Padre, avrebbe inevitabilmente suscitato tra i pagani idee sbagliate, anche se ci sono situazioni, come nel caso di Giustino, ove si equipara il Padre di Gesù Cristo, a un Dio che è conoscibile anche senza la rivelazione. Inoltre per gli apologeti, non è Dio Padre ad operare nel mondo, bensì il Figlio suo, raffreddando notevolmente il calore paterno; un sistema che ritroviamo anche in Agostino, il quale raramente menziona il Tu divino con un appellativo paterno, attribuendo più semplicemente a Dio una lunga serie di nomi congiunti agli appellativi mio e nostro.
Ancor più fortemente che non nella Chiesa antica la figura del padre passa in ombra negli scritti di Martin Lutero, o meglio, l’immagine di Dio perde per Lutero i tratti a motivo dei quali il bambino lo cerca e vorrebbe stargli vicino. Erik Erikson ha studiato con metodo psicanalitico l’influsso esercitato dal padre sul rapporto del giovane Lutero, un padre che facendo un uso discutibile della sua rozza superiorità, induceva a sentirsi inferiori, un padre con cui egli non poteva entrare in confidenza e da cui peraltro non riusciva a staccarsi.
La nostra immagine di Dio è influenzata anche nel XIX secolo attraverso vari romanzieri europei come Baudelair, Balzac, Dostoevskij che esprimono l’analogia tra il padre celeste e quello terreno, in termini emotivi, lasciando a Freud l’affronto della tematica in termini razionali. Di origine ebraica, conoscitore del comandamento di onorare il padre e la madre per godere di lunghi giorni, Freud cerca di sviluppare il suo metodo analitico, ma il fatto di sostituire il riferimento a Jahvè con la saga del re greco Edipo lo spinge in una strada sbagliata.
I maomettani nel corano hanno novanta diversi nomi utilizzati per descrivere la grandezza e l’essenza di Allah, però egli non viene mai invocato come padre. Allah è si esaltato come misericordioso, ma è soprattutto inavvicinabile e troneggia in una lontananza impenetrabile, ove nemmeno Gesù lo conosce.
Poiché Gesù era ebreo, l’idea cristiana di Dio è evidentemente più vicina a quella ebraica che non a quella islamica, però sia i racconti rabbinici sia l’Antico Testamento rinviano al padre, in maniera prettamente metaforica. L’ebraismo è piuttosto cauto nell’applicare all’Altissimo il termine padre, nella relazione tra Jahvè e il suo popolo nell’Esodo si sperimenta la paternità divina, i Profeti specie in tempi di bisogno e tribolazione ricorrono all’amore paterno cercando in nome di Jahvè di avvicinare i due attori della storia della salvezza, eppure notiamo un singolare riserbo nel chiamare Jahvè padre nella preghiera personale, un termine che ricorre sempre al vocativo.
Gesù, vive certamente nella tradizione ebraica, ode e condivide ogni contenuto del termine padre, ma osa proporre una definizione nuova e senza pari chiamando Dio Padre mio, lasciando così cadere ogni significato metaforico, ne coglie in pienezza, la realtà indicata. Gesù illumina la storia in modo retrospettivo, difatti se Jahvè mirava alla figliolanza definitiva d’Israele, in Gesù Cristo, questa diviene tangibile, ed è il Figlio, ad introdurre, Israele nella sua stessa figliolanza, secondo la piena volontà del Padre.
Le statistiche semantiche sui quattro vangeli, evidenziano come Gesù adoperi centosettanta volte il nome di Padre; è il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre a rivelare Colui che nessuno ha mai visto , ed è ancora Gesù, appena dodicenne, con il suo permanere nel Tempio di rientro da Gerusalemme, a rivelare la propria libertà verso i propri genitori sicuro di essere legato a loro, ma senza appartenere loro pienamente. Anche dalla richiesta dei discepoli, su come pregare, si ha una successiva rivelazione circa il rapporto padre-figlio, infatti, una forma grammaticale riferita al plurale insegnaci a pregare, riserva esclusivamente ai discepoli il nome di Padre. L’essenza e l’azione di Dio sono paternità, essere il Figlio è ciò che costituisce la sua ultima identità: Gesù non è solo il Signore, egli è anche il Figlio, che porta la rivelazione altrimenti mai concessa del Padre.
In Gesù, appare chiaramente come ogni paternità, non necessariamente, debba avere una base biologica, ma esiste anche una paternità che ha come base un amore spirituale. Dalla manifestazione del volto del Padre, realizzata da Gesù in poi, grandi uomini e grandi donne di Chiesa, confermano lungo il corso della storia, la loro grande forza di ispirazione per gli altri. Lo stesso Karol Wojtila, da filosofo, si è occupato in più circostanze dell’influsso esercitato dai modelli sui loro seguaci, e partendo proprio dalla sua esperienza personale, ne era certo, per lui il maestro non trasmette solo delle indicazioni, ma la propria coerenza tra la dottrina e la vita. Una coerenza che lascia trasparire come il modello della paternità spirituale, deve influenzare anche il modo di educare del padre biologico, perché la trasmissione dei valori, dimostrano che di Dio si può avere non solo la conoscenza, ma che di Dio si può vivere .

CONCLUSIONE

L’uomo del terzo millennio mentre venera l’uomo forte, ed ha bisogno della virilità di uomini adulti, non di rado anche attraverso contatti fisici per rifarsi di quello che non ha avuto dal proprio padre carnale, sperimenta un forte disagio nel suo incontro con l’autorità, si sente limitato ed umiliato nella sua libertà, non rendendosi conto che autorità non significa mancanza di libertà. Troppi padri ed educatori, hanno deformato ed infantilizzato l’immagine del padre, rifiutandosi di assumere l’ordine e la legge, pensando di trattare i figli come loro compagni. La mancanza di dialogo con il padre ha focalizzato nei gruppi estremisti e nei coetanei la funzione di sostituti, attraverso la ricerca dell’azione, il desiderio di essere riconosciuti dal gruppo, la compensazione della propria impotenza fatta nella casa paterna e nella scuola mediante l’aggressione verso i più deboli, diviene espressione di una realtà dove ci si può sentire uomini forti in durezza e brutalità. Una famiglia distrutta, una società diseducatrice e l’interesse economico si sono trasformati in una congiura contro l’adolescente, specie se come oggi, i modelli educativi dei giovani sono realizzati da personaggi poco seri della televisione e della musica, attori corteggiati, ed idealizzati che pubblicizzano e facilitano al mondo del crimine, della droga, dell’alcool e della violenza.
Sullo sfondo dei sempre crescenti processi nella storia, che nella nostra epoca sembrano fruttificare in modo particolare nell’ambito di vari sistemi, concezioni ideologiche del mondo e regimi, Gesù Cristo diventa, in certo modo, nuovamente presente, malgrado tutte le apparenti sue assenze .
In Maria, incontriamo l’immagine della Chiesa, che presenta anche all’uomo smarrito di oggi, Gesù l’inviato del Padre, ed il suo essere Figlio rispecchia in maniera fedele il Padre, eternamente e temporalmente (cfr. STh, q. 43, a. 2). L’uomo diviene in Cristo la via della Chiesa, la Madre che svela in pienezza la paternità Divina, aprendo alla paternità umana la via della trascendenza. È l’uomo storico, concreto, reale, quello al quale Cristo si è unito, per sempre, attraverso il mistero della redenzione, l’uomo, il quale sulla terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sè .

 

 

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