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Riflessioni di don Daniele Dal Prà

 

sui testi di Silvano Petrosini

"IL FIGLIO OVVERO DEL PADRE"

e sui testi di Giovanni Paolo II

"L'UOMO NELLA DIMENSIONE DEL DONO"

 

INTRODUZIONE

Prima di addentrarmi nel Testo in esame, penso utile a questa introduzione, riscontrare come la maggior difficoltà che incontriamo parlando della tematica del Dono, sia data dal fatto di considerare questo aspetto come una realtà ovvia, nel senso che tutti siamo certi che il Dono esiste, ci crediamo e ne parliamo spesso come un senso comune del vivere, però non dobbiamo soprassedere all’evidenza che tanto più le cose sono in sé scontate, tanto più rischiano di coprire quanto in esse vi è di interessante, sostenendo come diceva Heidegger, l’ovvio nemico del vero.
La filosofia capovolge questa evidenza, perché concedersi ad una riflessione filosofica, significa anche considerare ciò che è ovvio come se non lo fosse, difatti, se consideriamo quanto vi è di Vivente come Relazione, ci accorgiamo anche che questa Relazione definisce la vita attraverso la parola Sopravvivenza, nel senso che tutto ciò che vive, è vero che va verso l’Altro, ma non per l’Altro in quanto tale, bensì per Sé stessi.
La riflessione filosofica soffermandosi sul pensiero dell’Uomo come individuo capace di una diversa relazione con l’Altro, ci aiuta ad uscire dall’ordine del conflitto, anche se è nella Bibbia, che ritroviamo il suo compimento riguardo la Legge di Natura, attraverso la figura di Lamek, che ritenendosi superiore a Dio chiede di essere vendicato, mostrando la situazione di peccaminosità umana, che sarà sconfitta unicamente, dalla logica del Perdono realizzata da Gesù.  
Davanti al dilagare della vendetta, gli uomini hanno iniziato a stendere dei margini, introducendo il criterio di una equità nella Relazione, una equità, che favorisce uno scambio giusto, equo, misurato, seppur ancora lontano dalla logica del Dono.
Lo stesso Aristotele, affrontando nella sua Etica Nicomachea, il tema dell’Amicizia precisa che si può essere amici per l’utile, però l’Amicizia vera è quella per la virtù, dimostrando nella Lettera a Lucillo, attraverso la figura di Seneca che invita il suo discepolo alla moderazione, come l’uomo è colui che nel mondo introduce un principio di equità, intesa come ricerca di una misura e di una giustizia.
Il Papa, attraverso il contesto biblico della Creazione, pone nel riposo del settimo giorno, la chiave che separa una misura alla ricerca del profitto e l’impossibilità dell’uomo ad essere giusto, dalla strada aperta dal  concetto del Dono.
Il Dono ricorda all’uomo, che nonostante la natura umana sia definita dal calcolo e dalla misura, c’è sempre una realtà che lo eccede, e questa realtà è l’esperienza del Dono, mai misurata nella forma del dare, ma esclusivamente dalla sua esperienza originaria, dell’Accogliere e del Ricevere.
L’uomo non può sottrarsi dal fare economia, dove si intende per economia l’idea di una giusta misura, però per fare economia giusta, si deve fare l’esperienza di un Dono, che significa l’aver ricevuto qualche cosa al di fuori di ogni economia.
Il Dono si declina per l’uomo in relazione al tentativo di una relazione equa che parte dall’esperienza del Dono ricevuto, e senza questa esperienza del Dono, ciò che all’uomo rimane possibile, è il suo calcolare nell’ordine esclusivo della vendetta e dell’interesse.

 

TESTO

    Riceversi e donarsi. Il dono come categoria antropologica, aiuta l’analisi del Dono attraverso angolature ed Autori differenti, che nel presente percorso, si sviluppa attraverso il pensiero di un filosofo contemporaneo, Silvano Petrosino per ampliarsi e definirsi nell’analisi del Magistero, attraverso le Catechesi tenute nel lungo pontificato da Papa Giovanni Paolo II.
Silvano Petrosino, l’Autore del testo in esame  giunge alla stesura del titolo dopo diverse opzioni, che rivelano sin dall’inizio la sua volontà di far emergere almeno due aspetti essenziali della tematica, il primo quello di poter parlare del dono in termini di ordine economico, il secondo quello di poter mettere in luce la realtà del dono connesso al ricevere, in quanto la sua analisi vuole identificare la realtà del dono, non solo come realtà connessa al dare, ma soprattutto al ricevere, che in Petrosino è co-originario al dare stesso.
Per l’Autore all’interno del dare vi è l’evidenza di un già ricevuto, perché il dono avendo relazione con il termine più specifico di accogliere, affida a quest’ultimo il primato del dono. Secondo questa riflessione il dono non è sinonimo di scambio, nella sua visione simmetrica del calcolo, ma senza abbandonare il campo economico, e posta la base che il dono non è lo scambio, ma sottintende ugualmente un legame, come è da intendersi questo legame insito nell’atto del donare?
Senza dubbio la forza della relazione economica ha il suo fondamento in un dare per ricevere, che «diviene essenza stessa di quella reciprocità che contraddistingue il dinamismo de la vita in quanto tale» , ma davanti a una tale evidenza come lo stesso Levinas sostiene, siamo invitati anche in ambito economico a quell’aspetto spirituale, che mentre apre ad un dare per non ricevere, fa si che si realizzi la realtà del donare.
Per Levinas «il donare è in qualche modo il movimento originale della vita spirituale […] La vita spirituale è essenzialmente vita morale e il suo luogo di predilezione è l’economico» , quindi se l’economico è il rapporto naturale che l’uomo intrattiene con gli altri, un rapporto al quale sottostà con le sue regole matematiche di equilibrio tra spese e ricavi, fondando l’economia su una base del tutto materiale, nel contempo non sarebbe più economia se laddove vi si riconosce la possibilità di un dono, la vita materiale dell’uomo non divenisse capace di un divenire prettamente spirituale.
La complessità che riveste la tematica relativa al dono, non può dunque essere compresa se non teniamo nella debita considerazione il legame ontologico esistente tra la Persona umana e l’economia, come Benveniste sottolinea «tutto ciò che si riferisce a nozioni economiche è legato a rappresentazioni molto più vaste che mettono in gioco l’insieme delle relazioni umane o delle relazioni con la divinità; relazioni complesse, difficili, in cui le due parti sono sempre implicate» . Sottolineare così l’aspetto inalienabile ad ogni essere verso mutue relazioni con l’Altro, inserisce all’interno del valore, la realtà del sentimento, che rimanda alla dimensione più ampia del Kharis, ossia del gratuito. Un analisi che afferma una duplice conclusione:
1)    se lo spirituale ha o può avere sempre qualche cosa a che fare con l’ambito economico
2)    nella Persona, l’economico ha in se sempre qualche cosa di spirituale.
Petrosino al riguardo, amplia la sua considerazione e detta l’impossibilità a procedere nella netta distinzione tra economia e non economia, difatti per l’Autore può avvenire che «ciò che si chiama dono si riveli essere una mera sovrastruttura di comodo che cela ideologicamente uno scambio di puro interesse, ma anche che ciò che si dichiara con sincerità scambio, manifesti al suo interno tracce o dinamiche di gratuità» .
Al di la del dovere l’Autore tenta adesso di distinguere, dono da scambio, per identificare le condizioni di possibilità o impossibilità di un donner senza ritorno, a questo riguardo Deridda rispondendo al saggio di Mauss, sostiene «io dico ora che non c’è dono se non all’insaputa, se non quando il donatore non sa che sta donando» , portando uno sviluppo ulteriore, difatti se il dono in quanto tale doveva rompere con l’economia, adesso è chiamato a rompere con il sapere, perché? Perché nel momento in cui la Persona sa del dono, questi non sarebbe più tale, perché ricadrebbe nel campo dell’attesa e della gratificazione riconoscente. Quindi anche il sapere in questi termini, si strutturerebbe in quell’equilibrio dare-avere che è a fondamento dell’economia.
L’analisi deriddiana addensa alcune suggestioni, attraverso l’uso di citazioni tipo, il dono deve rimanere aneconomico e proprio perché dono interrompe l’economia, dato con generosità ma non per generosità. Riassumendo così in questi termini il pensiero dominante, che il desiderio del dare, sia così importante a comprendere la specie umana, quanto quello del ricevere, diversamente dall’ambito economico, ove è marcatamente evidente che ricevere un dono significhi automaticamente contrarre un debito.
A riguardo di questa considerazione, l’Autore attraverso una analisi semantica dei termini do e munus che vorrei sinteticamente affrontare, sviluppa l’idea che aiuta a comprendere come siano organicamente legati nella loro polarità i termini di dare e prendere. Tralasciando l’origine del dare espresso dal verbo do, che secondo Benveniste non significa ne prendere ne dare, ma uno o l’altro a secondo della costruzione linguistica, diviene interessante l’analisi del termine munus, nel quale traccia un’impressionante fenomenologia linguistica dello scambio. Con l’accettare un munus
si contrae un obbligo da adempiere a titolo pubblico con una distribuzione di favori o di privilegi. La parola ha il duplice valore di carica conferita come una distinzione e di donazioni imposte in cambio. È il fondamento della comunità, poiché communis significa letteralmente che prende parte ai munia o munera: ogni membro del gruppo è obbligato a rendere nella misura in cui riceve. Cariche e privilegi sono le due facce della stessa cosa, e questa alternanza costituisce la comunità.   
In queste poche righe, appare il cosiddetto carattere di spaziamento, utilizzato da Deridda a dimostrazione che se da un lato il dono relaziona e unisce, dall’altro differenzia e distanzia. Questo è quanto separa il pensiero di Mauss, dalle posizioni a lui contemporanee nelle quali il momento della partecipazione, viene inteso come una fusione che sopprime la diversità, mentre qui il collettivo è inteso nella sua rete di relazioni in maniera che non venga assorbito l’individuo in un collettivo che lo annulli assorbendolo in esso.
Deridda mentre ribadisce l’importanza in una società della reciprocità equa, osserva in egual maniera e con la stessa trasparenza che non può mai essere lo scambio, anche se in se giusto, la premessa del dono, perché rimane per se stesso ingiusto rompendo il legame dare/ricevere, percepito come un danno. La realtà del dono non si confonde in una giustizia economica analogamente ai lavoratori della vigna evangelica, chiamati dal Signore a lavorare ad orari differenti nel corso di una giornata, ma ugualmente ricambiati con il medesimo salario.
Nella parabola siamo aiutati a vedere una certa articolazione sulla natura del legame del dono, che nel contesto evangelico, avviene ponendosi al di fuori di ogni genere di calcolo sia da parte del donatore che del donatario. Il legame che il donatore erige nei confronti del donatario è anche ciò in cui si trova come legato ancor prima di sapersi legante, difatti chi dona riceve in dono l’esperienza di essere una Persona che dona, e quindi un donatario che per primo ha già ricevuto un dono.
Il dono, anche se può essere confuso con un prestato per apparire, al di là di un aspetto strettamente fenomenologico, non può apparire mai come tale, ossia nel senso che esso si imponga come un dono, perché il dono è necessario che sia accolto nel suo orizzonte di libertà che appartiene alla realtà dell’accoglienza «non c’è dono senza accoglienza del dono, e l’atto del donare non è mai separabile da quella capacità – libertà che fa del ricevere ultimamente un accogliere» .
La riflessione dell’accogliere – punto essenziale del dono – spinge adesso la tematica verso l’analisi di due condizioni, quella della temporalità e quella relativa all’alterità, che riscontriamo nel rapporto padre-figlio, come ricorda Gilbert citando Aristotele «il padre o il donatore ha preso l’iniziativa e nessun contro dono potrà uguagliare questo dono […] l’affezione padre-figlio non è reciproca, cioè di tenore uguale nei due sensi» .
Un genitore generando un figlio, gli dona la vita, ma il fatto in se del generare non coincide con la paternità, perché se entrambe danno la vita, solo la paternità la dona. Essendo possibile generare biologicamente senza essere padri o essere padri senza generare biologicamente, l’essere padre eccede la generazione biologica, perché mentre la generazione coincide con la paternità nel senso che entrambe danno la vita, solo la paternità dona eccedendo rispetto all’altra, distanziandosi in una storia che è sempre eteros, cioè Altro.
Nella paternità che dona comprendiamo anche il pensiero di Deridda relativo alla dinamica dello scambio, perché in questi termini non ritroviamo nessun circolo del dare-avere. Il padre genera il figlio lasciando il primato al figlio, in quanto il padre genera non perché vuole essere padre, ma perché vuole l’essere del figlio, restando padre anche quando il figlio non lo riconosce o non gli risponde.
Ma questa relazione, non è completa se da questa fase iniziale della dualità tra padre e figlio non rivolgiamo il nostro sguardo ad un passaggio ulteriore, quello dato dalla relazione triadica padre-figlio-fratelli, intesa nel suo concetto ampio della realtà, non strettamente vincolata ai soli rapporti di sangue, all’interno della quale è maggiormente espressa la reciprocità.
Questa reciprocità induce all’interrogativo su ciò che un padre si aspetta dal figlio e ovviamente la risposta è condensata nel desiderio che il figlio possa essere felice, fecondo, aperto alla realtà nella sua pienezza di Persona. Questi presupposti potrebbero essere scambiati in realtà nella risposta che il padre si attende dal figlio, però questa risposta non è l’affermazione narcisistica della propria paternità nei confronti del figlio debitore, che in qualche modo deve ridare al padre un ritorno alle sue aspettative, ma è quella visione più ampia, di risposta e di apertura alla capacità del donarsi che la capacità fecondativa richiede, rispetto alla realtà.
Il figlio risponde al donatario facendosi donatore per un altro donatario, risponde al padre donando, generando «è questa l’unica reciprocità non reciprocità, rapporto senza rapporto, relazione senza relazione, che definisce il legame del dono» . Nessuno può mai estinguere questo debito dell’esistere, e l’unico modo di ricambiare che il donatore ha, è quello di accogliere il dono totalmente libero dalla pretesa, e molte volte dal delirio di restituire, nella consapevolezza di non poter mai restituire, ciò che ha ricevuto. Chiamato a sua volta a divenire donatore, donandosi a un donatore che non è mai identificato con il donatore da cui il dono è stato ricevuto, la natura umana è aperta naturalmente a quel movimento non circolare che Levinas definisce di origine an-archica.
Questo percorso per completarsi, ha necessità di prendere in considerazione ancora un aspetto, quello della Temporalità del dono, che si dispiega nella sua sequenza cronologica degli atti.
Il primo atto della temporalità della donazione è dato dal padre che genera il figlio: generando, il padre ha il figlio, ma poi lo lascia anche essere nello distendersi del tempo all’interno di una storia che è sempre la storia dell’Altro, donata nella pazienza e nella cura della paternità che superano notevolmente, lungo l’asse della temporalità, l’istante generazionale. Questa esperienza quotidiana del divenire padre, impone adesso il secondo atto della temporalità perché «il padre riceve in dono dal figlio il suo essere figlio e si trova così chiamato ad accogliere il suo stesso padre» , è approfondire la propria coscienza di essere padre, che porta in se la memoria e lo svelarsi della certezza di essere già figlio, che rinnova verso il proprio padre non neutralizzando le rispettive alterità. All’interno di una simile ambivalenza o per usare un termine più marcatamente economico come contabilità inaudita, nessuno può avanzare il diritto di giocare il ruolo del donatore, perché tutti in quanto figli e fratelli, sono donatori, seppur è da questa condizione che l’uomo inizia ad aprirsi alla possibilità del donare, nella vocazione comune di chiamato alla paternità.
Ogni Persona assume entrambi i ruoli di donatore e donatario, ma gli svolge sempre verso soggetti tra loro diversi, da quelli originari, contrariando così la tesi deriddiana secondo la quale per la salvaguardia del dono si debba ricorrere all’oblio assoluto, perché il dono è salvaguardato esclusivamente nell’ordine dell’accoglienza, che ricorda a chi da, di ricevere già dallo stesso a cui da.
Una obiezione sorge al temine di questo percorso, se il donatore riceve sempre qualche cosa dal dono, come può essere possibile non fare di questo ritorno, il contenuto di un calcolo, confermando la legge che lega il dare al ricevere?
L’obiezione trova una risposta, nella distinzione tra il ricevere e l’accogliere, difatti, nella logica del dono, si riceve solamente se si accoglie, un accogliere che non ha in se l’attesa del ricevere «muovendosi di conseguenza fin dall’inizio all’interno di quello che è stato definito un pre-atteggiamento di dono» , donando non perché si debba ricevere un dono, ma donando e basta, seppure si possa anche ricevere un dono, questo rimane un sovrappiù e non un dovuto.
Tornando alla relazione padre-figlio, il padre riceve dal figlio solo nella misura che accoglie quanto da questo figlio proviene, però per compiere questo, il padre deve porsi nella condizione di figlio non solo rispetto a suo padre, ma anche verso suo figlio, intendendo con questa affermazione, la capacità del padre di accogliere quanto dal figlio proviene e non solo ricevendo, come in uno scambio.
 L’imperativo divino dov’è tuo fratello? Presente nel Libro del Genesi pone le premesse di un interpellanza non solo indirizzata al fratello, ma anche al padre, che superate le regole connesse al dovere, sviluppa relazioni di dono.
L’enfasi di Silvano Petrosino sull’accettazione del dono, che è davvero bene quando non è solo ricevuto ma accolto, interrompe la ciclicità di altri Autori esaminati nelle sedute precedenti del Corso, ed introduce una realtà a spirale, che trova la sua più vera completezza in un altro pensiero, per questo lasciando la riflessione di Petrosino, analizziamo adesso alcune riflessioni sviluppate da Giovanni paolo II nelle catechesi del mercoledì durante il periodo 1979-1984, su l’uomo nella dimensione del dono sintetizzandole in queste parole: il donare e l’accettare il dono si compenetrano, così che lo stesso donare diventa accettare, e l’accettare si trasforma in donare .
Secondo Giovanni Paolo II, donare non può riferirsi ad un nulla, per il Papa donare, indica colui che dona e colui che riceve il dono, ed anche la relazione che si stabilisce tra di loro. Nel racconto della Creazione il donare, ha senso solo rispetto all’uomo, solo dell’uomo si può dire che è stato gratificato di un dono: il mondo è stato donato a lui, e viceversa può dirsi anche che il mondo ha ricevuto in dono l’uomo. L’uomo e la donna, creati dall’Amore, entrambi sono nudi perché sono liberi della stessa libertà del dono, il corpo umano con la sessualità espressa dalla mascolinità e femminilità, non è solo sorgente di fecondità e procreazione, ma sin dall’inizio racchiude l’attributo sponsale che è la capacità di esprimere l’amore. È proprio questo amore a far si che l’uomo e la donna diventino dono, l’uno per l’altro, attuando in questa estasi, il senso dell’essere e dell’esistere umano. Per poter rimanere nel rapporto del dono sincero di sé e per diventare un tale dono, attraverso tutta la loro umanità fatta di femminilità e mascolinità, devono auto-dominarsi, ossia essere padroni di se stessi nella libertà. Questo aspetto è indispensabile, affinché l’uomo possa dare se stesso e diventare dono, ritrovando pienamente se stesso, attraverso un dono sincero di sé.
Così le parole erano nudi e non ne provavano vergogna si devono intendere come rivelazione e riscoperta della libertà, e se l’uomo è l’unica creatura nel mondo che il Creatore abbia voluto per se stessa, questo stesso uomo può ritrovare se stesso solo attraverso un dono disinteressato di sé.
Il corpo umano, orientato dal dono sincero di sé, rivela un tale valore e bellezza da oltrepassare la dimensione semplicemente fisica della sessualità, di conseguenza l’affermazione della persona, altro non è che l’accoglienza del dono, la quale, mediante la reciprocità, crea la comunione delle persone. Questa innocenza originaria, appartiene alla dimensione della grazia contenuta nel mistero della creazione, cioè a quel misterioso dono fatto all’intimo dell’uomo, al cuore umano, che consente ad entrambi, uomo e donna, di esistere dal principio nella reciproca relazione del dono disinteressato di sé; tuttavia alle radici di questa esperienza deve esserci la libertà interiore del dono, unita all’innocenza.
La volontà umana è originariamente innocente e, in questo modo, è facilitata la reciprocità e lo scambio del dono del corpo, secondo la mascolinità e femminilità, quale dono della persona, l’estorcere all’altro essere umano il suo dono e ridurlo interiormente a puro oggetto per me, segna l’inizio della vergogna, nel senso che è l’inizio della minaccia inferta al dono, nella sua personale intimità, testimoniando il crollo interiore dell’innocenza nell’esperienza reciproca.
L’accettazione della donna da parte dell’uomo e viceversa, fa si che essi ritrovino se stessi, quando vengono accettati così come li ha voluti il Creatore, cioè per se stessi, attraverso la loro umanità nella loro mascolinità e femminilità, e solo in questo ritrovare se stessi nel proprio dono, diventano sorgente di un nuovo dono di sé, che cresce in forza dell’interiore disposizione allo scambio del dono e nella misura in cui incontra una medesima e anzi più profonda accettazione e accoglienza, come frutto di una sempre più intensa coscienza del dono stesso.

 

CONCLUSIONE

In questo percorso, l’analisi del pensiero di Silvano Petrosino, ha permesso di guardare attraverso la relazione tra genitori e figli, quanto ritroviamo nella volontà dei genitori, ossia il desiderio che il figlio sia felice, cresca sano, ami i suoi fratelli, e che nel momento della maturità, la sua vita si manifesti nella fecondità di una pienezza.
Conseguente a questa riflessione possiamo concludere che al figlio non piacerebbe molto essere figlio, inteso come colui che è debitore della vita, secondo la visione Deriddiana e Maussiana, ma i due grandi temi utilizzati in questa riflessione, ossia quello della Paternità e Maternità, nella tesi di Silvano Petrosino, e quello dell’idea di Creazione nella tesi di Giovanni Paolo II ha permesso di completare in quest’ultimo la tematica della gratuità del Dono.
Il significato della memoria corporea dell’uomo, nella quale ci sentiamo corpo, manifesta che siamo figli di una esistenza che abbiamo ricevuto, e di conseguenza è il corpo stesso che ricorda l’origine del dono.
Dio crea solo per Amore, ossia Dona gratuitamente, perché quanto Dio dona l’uomo non è tenuto a restituire, perché ciò che restituiamo è debito e non Dono. Dio ha donato l’Essere all’uomo a condizione che l’uomo sia buono, ma il suo Atto si è esaurito nel Dono senza alcuna attesa di ritorno, per questo la Creazione è dono totale.
Ciò che contraddistingue il Dono è l’intenzione dell’Amore, Io Sono la mia Esistenza come risultato di un Dono, simbolo di un Amore che ci ha preceduto, ed è questa la chiave per diventare padre e madre fecondi, riconoscendoci Donatari di un Dono di amore; di conseguenza, il Dono non è mai un danno, ma il principio che ci fa diventare Donatori, perché prima del Dono di Sé, vi è l’Accoglienza.

 

 

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