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Nicodemo  e la Misericordia
 (Gv 7, 40-53 ; 3,1-21)

di Claudio Capretti

“La sapienza non entra in un anima che opera il male, né abita in un corpo schiavo del peccato”.
Stasera o mio Signore, torno a casa con l’animo pesante dopo essermi scontrato con cuori duri e accecati dall’invidia. Cuori che pur di difendere i loro schemi, o il loro potere, rifiutano di accogliere la Verità.
Per questo, cerco un senso a quanto è accaduto stasera, e lo trovo solo in queste tue Parole. Esse riecheggiano nel mio cuore e lo placano, sottraendolo dal tumulto da cui è stato investito. Il Gran Consiglio dei sacerdoti, era riunito nel Sinedrio ad ascoltare le guardie su quello che la gente diceva di Gesù di Nazareth. I farisei avrebbero voluto che le guardie lo portassero al loro cospetto per giudicarlo, ma queste, forse colpite dalla predicazione del Cristo, non se la sono sentita. Forse, nella loro semplicità, hanno visto in Lui ciò che sfugge agli occhi dei sapienti. Per la prima volta, dopo averti incontrato o mio buon Gesù, ho avuto il coraggio di difenderti pubblicamente dinnanzi ai capi dei sacerdoti, per questo replicai a tutti loro: “La nostra Legge, giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?”. Avrei voluto dire che non si può condannare un uomo per sentito dire, avrei voluto che ascoltassero la tua Parola, forse qualche cuore si sarebbe sciolto, chissà…. Il silenzio è sceso nella stanza e uno dei capi, guardandomi fisso negli occhi con malvagia animosità ha replicato: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che nella Galilea non sorge profeta”. Solo, contro tutti, non mi è rimasto che tacere e andar via. Rimuginavo in cuor mio quelle parole e sicuramente chi ha fatto quella affermazione, faceva riferimento al villaggio dove Tu, o Maestro buono, sei cresciuto; a Nazareth. Eppure, questo nome significa:“Colei che custodisce”.  E in effetti, per trenta anni questa remota città della Galilea ha custodito la Parola prima che Essa si diffondesse per le vie di Israele. Ed inoltre, il nono (come il tempo necessario per il parto) dei Tredici Attributi che vengono riservati all’Onnipotente è : “Colui che conserva (custodisce) Amore per mille generazioni”; quindi, non è così come affermano e Dio ha voluto che proprio da Nazareth  giungesse a noi la Salvezza. Ma si sa, coloro che si ritengono sapienti sono a volte così inclini a lasciarsi ingannare dalle apparenze, ignorando che la semplicità è la culla per il Divino.  Certo che occorre studiare, o meglio, scrutare continuamente la Parola, poiché Essa è :“luce ai nostri passi”.  Ma limitarsi solo a questo, basta?. A cosa serve arare il terreno se poi non vi si getta alcun seme?. O peggio ancora, se ci si autocondanna alla durezza del proprio cuore e si impedisce a questi di accogliere la buona semente?.  A cosa serve imparare a memoria tutta la Torah, se poi non si è attenti ai segni che rendono presente il passaggio del Messia in mezzo a noi? A cosa serve aprire il Libro, per leggervi solo ciò che vi è scritto, senza provare un brivido, senza cogliere quel sentimento che ci spinga all’incontro con l’Ineffabile?  Non è possibile reprimere il desiderio d’Infinito che è racchiuso in noi. Il presente non basta mai, tutto è destinato a passare, ma questa sete d’Infinito è destinata a placarsi solo in Te.  Ricordo che molti anni fa  chiesi al mio rabbì: “Perché siamo spinti a cercare il Dio d’Israele?”. E lui, con un benevolo sorriso mi raccontò il midrash del bambino che appena nato riceve la Torah attraverso il latte di sua madre, o ne è destinatario fin dal grembo materno. Poi, un angelo pone sulle lebbra del bambino il suo dito che gli fa dimenticare tutta la sua intimità con la presenza divina e la Torah, dandogli un’intera vita per ritrovare questo ricordo. Struggente è il desiderio di ritrovare questo ricordo in me, e la mia stessa vita è orientata a cercarti perché ha necessità di incontrarti. Sono solo vela gravida di vento, il vento del desiderio di Te, vento che conduce  al Porto in cui far riposare il mio cuore. Era giunto quindi il tempo di slegare la mia vela dai lacci della ragione, affidarla al vento dell’intuizione e lasciare che la  Grazia divina mi conducesse a Te. Fu dunque nel cuore della notte che ti cercai e Tu mi accogliesti, non disdegnasti di stare con me. Non mi rimproverasti per questo mio nascondermi; forse hai avuto riguardo per la mia non più giovane età. Solo ora comprendo che  sapevi già cosa c’era nel mio cuore, il quale, seppur dominato dalla paura di uscire allo scoperto, era comunque desideroso  di incontrare la Verità. Venni a Te di notte, soprattutto poiché essa è il “luogo” e il momento favorevole per incontrare l’Altro, è il tempo propizio in cui ogni buon rabbino scruta nel silenzio la Torah, che si mette in ascolto della Parola dell’Onnipotente, una Parola che non passa, una Parola a volte dura, perché “dura” per sempre. Si, è vero, non aderii immediatamente alla tua Persona, né compresi subito tutto; forse perché non vedevo ancora altro che la Legge.  Ma sapevi bene che in un secondo momento, sarei giunto a Te. Sapevi che non mi avresti perso.  “Rabbì”  iniziai a dirti quella notte, “sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”.  Potenti erano i  miracoli che avevi compiuto, ma più di ogni altra cosa era ciò che dicevi (e il modo con cui lo dicevi), che mi colpiva più di tutto. Solo un Inviato da Dio, poteva compiere tutto ciò, ne ero certo. “In verità, in verità io ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” . Non compresi subito il senso di quelle tue Parole, e nonostante tutta la sapienza giudaica acquisita nel corso della mia vita, non vedevo in pienezza il Regno di Dio che si stava manifestando in mezzo a noi. Occorreva una nuova mentalità, rinascere di nuovo. Ma solo ora lo capisco. Quella notte invece non esitai a replicare:  “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”.  Non correggesti l’equivoco in cui ero caduto, forse perché il terreno del mio cuore era ancora da arare, forse per non entrare in inutili discussioni teologiche. Chiedevi al mio cuore un cambiamento totale, una adesione a Te, ancora prima di capire tutto e subito. Non afferrai immediatamente quella Verità che mi stavi donando, né compresi che non esistono parole umane per dimostrare o spiegare la Verità. Tu nel frattempo ribadisti di nuovo: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce , ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”. Certo o mio buon Gesù, sapevo che l’opera del Signore sulle nostre vite è misteriosa, imprevedibile, inattesa come il vento. Sapevo che è il passaggio dello Spirito a rinnovare ogni cosa, sapevo che Egli ha la potenza di restituire la vita a ciò che è morto. Ma faticavo ancora a comprendere, forse perché ancora molto legato alla sola Legge. Eppure volevo sapere, per questo non esitai a chiederti:“Come può accadere questo?”.  La risposta che mi donasti  la ricordo ancora molto bene, e la medito giorno e notte. Dal tesoro di cose vecchie, iniziai a trarre nuovi tesori. Tu Signore sei Colui che viene, io colui che attende e l’inquietudine di questa attesa è placata solo dalla tua carità. Quella sera andai via da Te, senza dire altro, ne seppi aggiungere altro. E ciò che  non era ancora chiaro, lo sarebbe divenuto con il tempo continuando a meditare quelle tue Parole. Venni di notte per avere risposte e vi trovai la Sapienza che vestita di umiltà mi accolse, illuminando delicatamente un cuore ancora nella penombra. Venni a Te di notte, per capire se Tu eri solo un profeta, e vi trovai l’adempimento delle promesse dell’Altissimo. Ma stasera o Signore, voglio ancora ricordare al mio cuore ciò che dicesti, voglio sigillarlo per sempre, ricordarlo, annunciarlo a tutti per sempre. Mi guardasti come solo un padre può guardare un figlio, Tu che avevi meno della metà dei miei anni e mi dicesti:  “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato delle cose della terra e non credete, come crederete se vi parlo di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede in lui è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo:la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte da Dio ”.

 

 

 

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