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Il buon ladrone e la Misericordia  

(Lc 23,35-43)

di Claudio Capretti

Un peccato chiama sempre un altro peccato. Si inizia sempre da uno piccolo, apparentemente insignificante, poi, senza accorgersene, ci si ritrova in fondo al baratro; e solo allora comprendi che la meta ultima era solo quella. Sembra quasi che il male, colui che ho inseguito e poi servito fedelmente per tutta la mia vita, me lo riveli solo nel momento in cui non si può più tornare indietro. “Per chi stai pregando donna?” chiesi molto tempo fa a mia madre quando già abitavo nella casa del male.“Per te figlio mio, affinché tu possa salvarti”, mi rispose. “E’ tempo sprecato, lascia stare”, le risposi con fastidio quasi beffeggiandola. “No, non lo sarà. Ne sono certa, Dio non mi ha mai deluso”, fu la sua replica. Madre mia, come vorrei averti accanto in questo momento, forse recherei al tuo cuore altro strazio, ma avrei modo di chiederti perdono per il male che ho recato al tuo cuore. I pensieri si interrompono di colpo e urlo con tutto il fiato che ho quando i chiodi si conficcano nelle mie mani. Implacabilmente. Dolorosamente. Solo ieri, immaginavo come sarebbe stato questo momento, mi preparavo premendo il palmo della mano contro un sasso acuminato e spingevo fin quando il dolore diventava insopportabile. Poi mi fermavo, e riprendevo di nuovo. Ma solo ora comprendo che il dolore che provo è più forte di quanto avessi mai potuto immaginare. L’altro malfattore con cui sto condividendo il medesimo destino, all’urlo di dolore aggiunge imprecazioni maledicendo tutti, Dio compreso. Io non posso, non voglio. Merito questo, per tutto il male che ho fatto a me stesso e a quelli del mio popolo. La croce a cui sono stato inchiodato viene alzata e fissata a terra, il peso del corpo preme sul palmo delle mani e dei piedi, aggiungendo dolore al dolore. Durerà molto questa agonia?  Tutta la mia vita mi si pone ora dinnanzi, come un rotolo aperto. I misfatti compiuti, vengono a reclamare il loro debito, quello della carne ora, poi, quello dell’anima successivamente.  Tra poco verrai messo in croce anche Tu, Nazareno.  In carcere molti parlavano di Te, voci sulla tua persona si rincorrevano, si contraddicevano. Una cosa è certa, le autorità politiche, religiose e il popolo, o almeno una parte di esso, erano concordi nel condannarti a morte.   Mai, ho visto questi tre poteri andare così d’accordo come ora.  Quando ciò accade, o è per compiere un palese atto di giustizia, o una immane ingiustizia. Escludo la prima.  Un condannato a morte come me il giorno prima di morire ha ben altri pensieri per la testa, e quindi non sapevo cosa pensare di Te. Ma ti ho intravisto sai?  E’ stato ieri in prigione, non avevi parvenza di uomo, tanto era il tuo aspetto martoriato, e non erano mai sazi i tuoi carnefici di torturarti. Agli sputi seguivano gli insulti, poi la burla di avvolgerti con un mantello di porpora e una corona di spine come parodia della regalità. Ti posero infine una canna per simboleggiarne lo scettro. Attraverso quella canna che tenevi tra le mani, mi è sembrato di vedere la mia vita, una vita che il vento del male ha incrinato molte volte a suo piacimento. Assisto al modo con cui ti tolgono le vesti, percuotono e allontanano chi ti ha aiutato a portare la croce. Abbandono un poco il mio dolore per assistere al tuo. Il macabro rito ha inizio, il cielo si oscura quando il tuo corpo viene inchiodato e innalzato sulla croce, forse, persino il sole si nasconde disgustato dalla malvagità dei tuoi aguzzini.  Ti guardo, e mi sembra di scorgere un re, non sconfitto dalla disumanità, ma confitto da un qualcosa che ancora non comprendo. Le tue labbra si muovono, sembra Tu stia pregando, sembra che Tu ti stia rivolgendo a Qualcuno e non con rabbia, forse, con totale abbandono. Vorrei reprimere ancora questo sentimento che provo per Te, qualcosa mi dice che ora tutto è perduto e che nessuno verrà mai a salvarmi. Eppure, solo nel contemplarti scorgo in Te un insondabile abisso di carità, sento che il profumo di un’infinita Misericordia sta avvolgendo sempre più la mia vita. Tu sei Figlio di Dio, sei il Cristo che abbiamo atteso, che viene per liberarci, da un avversario peggiore di Roma, o meglio: le nostre mortali passioni suscitate dall’antico ingannatore. Mi hanno detto che solo Dio può far scaturire dai nostri cuori duri come la roccia tali sentimenti, ed ora ne ho la prova.  “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi”.   La voce dell’altro malfattore si alza con cattiva  provocazione, e mi addolora,  interrompe l’ascoltare del mio cuore come se volesse distoglierlo da Te. No, se Tu lo avessi voluto lo avresti già fatto, saresti sceso da quella croce, tutti si sarebbero messi in ginocchio e ti avrebbero implorato di essere clemente con loro. Avrebbero deposto il tetrarca Erode Antipa con tutti i sommi sacerdoti saresti stato loro re, e tutti si sarebbero ribellati al potere di Roma. Ma in questo caso sarebbe stato troppo facile credere in Te, avresti obbligato ognuno di loro a credere in Te. E Tu che sei infinito Amore, mai ci costringeresti a questo. C’è qualcosa di infinitamente più grande in questa tua rassegnazione che ancora non è ben chiara agli occhi del mio cuore. Ma c’è, ne sono certo. La vera salvezza non consiste nell’operare quello che l’altro malfattore reclama a gran voce. Non è questo il senso di quello che oggi si sta consumando, e Tu me lo stai indicando nel non fuggire dalla tua storia. Alzo forte la mia voce, verso questo malfattore e non temo di dirgli:“Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”.  Non mi vergogno di proclamare la tua innocenza  o Gesù,  di confessare la tua divinità e le mie iniquità, e non è per mio merito ho compreso che Tu sei il Giusto, Colui che si stai facendo carico di tutte le nostre iniquità. E la buia notte in cui ero immerso, viene squarciata dal Bene, si posa sulla mia vita pur essendo deformata dal peccato e sento che vuole possederla per beneficarla. O inattesa e dolce liberazione, per una vita intera ti ho cercata seguendo vie infauste, ora, nel momento finale vieni a me e niente altro mi chiedi se non di essere accolta. Forse, il frutto dell’assenza di Dio che stai dolorosamente pagando, è quello della Presenza di Dio che sto sperimentando adesso, sul confine della mia vita. La catena della mia indegnità non deve mai più ostacolarmi di correre verso di Te, per questo oso dirti: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Non salvarmi da questa croce, ma salvami attraverso questa croce. Donami quella salvezza che sei venuto ad annunciare, donami il perdono dei miei peccati, donami una vita nuova in Te. Sii sollecito nel venire in mio aiuto, non lasciare la mia anima in balia del male per l’eternità. Per troppo tempo il falsario mi ha sedotto, ora strappa la mia anima da questa angoscia, portami con Te, dove possa contemplare per l’eternità il tuo volto misericordioso, e sperimentare una gioia senza fine.  Volgi il tuo sguardo verso di me, interrompi un poco il tuo pregare e mi dici: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”.

 

 

 

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