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Riflessioni di don Daniele Dal Prà sulla Famiglia

Dal testo di Livio Melina

 

"PER UNA CULTURA DELLA FAMIGLIA,

IL LINGUAGGIO DELL'AMORE"

L. Melina, Per una cultura della Famiglia, il linguaggio dell'Amore,

Ed. Marcianum Press, Venezia 2006

 

 

INTRODUZIONE

Il testo (1)  utilizzato, analizzando il pensiero di Giovanni Paolo II, anche, attraverso i suoi innumerevoli documenti, evidenzia nella sua considerazione etica e pastorale, come l’avvenire dell’umanità passi realmente attraverso la famiglia. Il Papa intervenendo a l’UNESCO (2)  e nel definire la cultura, ciò per cui l’uomo accede di più all’essere, ne fa scaturire la logica conseguenza, di come la famiglia sia il luogo davvero capace e necessario per apprendere ed insegnare a l’uomo, l’amore. Una collettività che snatura la famiglia, così come è scaturita dal progetto originale e fondante di Dio, priva l’uomo stesso dei suoi legami naturali più qualificanti, esponendo la natura umana alla manipolazione di quei poteri esterni, che ne minano alla radice la sua stessa maturazione-libertà- responsabilità-capacità di amare. Ecco perché la vera cultura, è quella familiare, perché in tale ambito, il linguaggio autentico dell’amore viene appreso, ogni Persona può ri-nascere attraverso quel perdono che continuamente rigenera in loro la propria umanità, ed arricchisce le relazioni umane costituendoli figli-sposi-genitori. In questa breve riflessione sul pensiero che l’Autore in forma assai più ampia ci ha permesso di analizzare, si vuole sottolineare partendo dal fatto che la famiglia diviene luogo privilegiato e insostituibile della cultura, come vi sia un linguaggio dell’amore insito nel corpo stesso di ogni essere umano, come dono del Creatore. Un sacramento fondante dell’origine che apre la Persona al suo aspetto relazionale più pieno, sia nel contesto del mistero nuziale, sia in quello verginale della castità. Questo viaggio, attraverso l’agire stesso dell’uomo, pone in essere alcuni interrogativi: quali tentazioni minacciano l’uomo di oggi nel suo agire vocazionale, come dono di sé? Ed ancora, quali culture vogliono sostituire queste prospettive etiche dell’uomo nella sua originale chiamata al dono di sé? Ecco, solo due considerazioni delle molte, che il testo ci ha voluto offrire nel condurci verso quella chiamata rivolta alla famiglia di oggi, affinché sia aiutata a recuperare il suo insostituibile protagonismo educativo.

 

TESTO

Collegando il tema della cultura con quello di casa-culto-lavoro, l’Autore ci spinge ad entrare nell’ambito del matrimonio e della famiglia, luogo originale, dove ogni uomo, accettato per quello che è realmente, viene aiutato a diventare ciò che dovrà essere. Le grandi sfide odierne isolano molto spesso la Persona in una perdita esistenziale del senso, specialmente nelle sue sfere più profonde dell’amore coniugale, inteso nei suoi principi di fedeltà e paternità. Eredi di una cultura, che intravede nella concezione romantica dell’amore, la vera realizzazione degli individui, abbiamo escluso da esso, la comprensione etica, credendo essere amore solo ciò che vive nell’istante, senza nessuna relazione con il passato ed il futuro. La conseguenza di tale pensare, si concretizza, nel relegare la famiglia ad una abitazione privata, isolata dagli altri e dalla stessa vita sociale. Si sperimenta il diffondersi di una cultura reale, priva di carità e di speranza, che incapace di generare la vita, vede nella sterilità di coppia un nuovo motivo di auto-realizzazione. È la famiglia, il luogo, nel quale l’essere umano può ritrovare la sua vera identità e libertà, perché? Perché la cultura che sostiene e promuove la famiglia riscopre un’etica di seconda persona, e come strada che conduce alla via della virtù attraverso un vero dinamismo dell’agire, incarnando in sé l’immagine Trinitaria nel suo donarsi reciproco, mostra la verità dell’azione umana, anche nella riscoperta dei suoi ruoli insostituibili di paternità e maternità responsabili. Riconoscersi figlio per donarsi nel rapporto sponsale e divenire genitori trovano nella più grande famiglia ecclesiale il terreno fertile per essere coltivato e maturato nell’amore, quel ethos che appartiene ad un popolo che vuole davvero mettersi in cammino all’interno della comunità cristiana, affinché possa essere aiutato a comprendere la libertà come dono originario, che solo nella fede, dona all’essere umano la sicurezza di un’origine, e di una paternità. È dal nostro comprendere di essere figli, che possiamo piegare le nostre ginocchia davanti al Padre, per riconoscere le nostre mancanze, che nel rapporto con Lui, ogni giorno commettiamo, ed imparare ad essere da Lui corretti e perdonati. Solo il perdono guarisce e ri-crea ogni volta una vera relazione con il Padre, il perdono è contemplare la verità della croce, dalla quale, ogni guarigione ha origine, e che nella riconciliazione sacramentale ci dona un cuore capace di amare di nuovo. La verità sull’uomo, allora, non è la verità di un istante, ma è distesa nel tempo della storia della salvezza, che lo stesso Dio, instaura con il suo popolo. Il rapporto di amore tra Dio e Israele, e tra Cristo e la sua Chiesa, un amore sponsale, che nonostante i suoi adulteri e tradimenti, aiutano a comprendere il senso nuovo dell’amore elevato alla dignità di sacramento, anticipando con la risurrezione di Cristo, nella vocazione cristiana della verginità, le nozze finali, quando Dio sarà tutto in tutti. È da qui che comprendiamo come il mancare all’alleanza sponsale sia una ferita alla propria carne, che solo il perdono può guarire e ricreare.
La cultura moderna, attraverso la sua campagna di informazione chiamata rivoluzione sessuale iniziata nel secolo scorso, svilendo la verità fondante del mistero dell’uomo, attraverso la separazione della sessualità dal matrimonio e dalla procreazione, mira adesso a voler separare la sessualità stessa dalla Persona. Questo nuovo pensiero, però, non tiene in considerazione che il corpo dell’uomo, diversamente da ogni essere vivente presente nel creato, forma in se un’unità profonda nella sua dualità. Se con il corpo, la Persona appartiene e comunica con la natura, con lo Spirito esso trascende; è con il corpo, infatti, che la Persona si realizza e si esprime nei suoi significati di dono agli altri e di relazione con Dio, divenendo sacramento della Persona stessa. Questo suo donarsi, agli altri e al Creatore, avviene nella corporeità che è esistente nella sua origine nella versione maschile e femminile; nel seguire le pagine del libro del Genesi, Giovanni Paolo II, ci aiuta a comprendere, come sia questo dato originario del corpo che spinge l’uomo e la donna, ad una scelta, e ad una vocazione. La solitudine originaria dell’uomo e della donna, diviene necessariamente comunione, nella complementarietà dell’attrazione, la creatura sperimenta una reciprocità, ossia una differenza ineliminabile.
La sessualità ha in sé la chiamata all’incontro, che la coinvolge in pienezza, non solo nella sua corporeità ma anche spiritualità, il corpo parlando il linguaggio del donarsi, ci fa comprendere come la genitalità non possa esaurire la sessualità, anche se ne è una componente; in quanto è il valore stesso della Persona, ad essere prioritario alla sessualità stessa. La differenza sessuale appartiene all’anima, è la concupiscenza che ripiegando l’uomo su se stesso, ne impedisce il riconoscimento nell’altro della sua verità e dignità, divenendo oggetto di utilizzo e predominio. L’uomo, sperimenta un narcisismo imperante, che ricerca nell’immediatezza il piacere, eliminando ogni chiamata vocazionale dalla vita stessa dell’uomo; l’identità sessuale, diviene così una decisione arbitraria dell’individuo stesso, equiparando omosessualità ad eterosessualità. Questa forma di incontro ridotto all’estetismo dell’istante, è un incontro sterile, che spinge anche al ricorso della tecnica medica sia estetica che procreativa come ultimo elemento di soddisfazione di un desiderio individuale.
Il corpo umano che racchiude fin dal principio l’attributo sponsale, con i suoi significati unitivo-procreativo, è aperto alla trasmissione della vita, ed ogni riduzione intenzionale della dignità dell’atto sessuale, è comunque una menzogna introdotta nel darsi. Essendo il corpo nella sua mascolinità e femminilità, un segno sacramentale chiamato a diventare manifestazione dello Spirito, non solo la famiglia è salvaguardia dell’humanum, ma la cultura, come ricorda Giovanni Paolo II, deve rispettare la sua missione a far si che l’uomo possa accedere di più all’Essere.

 

CONCLUSIONE

Mentre dobbiamo distinguere tra tendenza ed atti omosessuali, intese come una sfida al condizionamento negativo della libertà, assai più grave, è parlare di cultura gay. La cultura gay difatti rappresenta, non tanto le inclinazioni personali di un individuo, che rientrando nell’ambito etico della Persona possono essere assunte alla luce della fede come, aspetto morale, sanabile dall’incontro con Cristo, quanto uno stile di vita pubblico impegnato al pieno riconoscimento legittimo della società.
Così come le libere convivenze o le unioni di fatto, essendo sempre in contrasto con il profondo significato dell’amore coniugale, ne eliminano alla radice il dono totale di sé nel tempo; anche, le situazioni matrimoniali irregolari, nelle quali, la separazione può essere lecita come estrema ragione del bene delle Persone, non potrà mai dissolverne il vincolo matrimoniale, differentemente quindi da quanto si afferma con la tematica del divorzio. Un richiamo reso attuale anche dal Magistero della Chiesa (3) , che mentre sollecita i sacerdoti, sempre più conformi all’immagine di Gesù Buon Pastore, verso le necessità dei fratelli, invita a proclamare sempre la verità di Cristo e della Chiesa, sostenendo la dignità della famiglia, non come un fenomeno puramente storico con una sua espressione anarchica di libertà, bensì il decidersi dell’uomo, nel dono definitivo di sé. Allora, lo vogliamo ribadire, si, oggi più che mai è l’o oggi più che mai è l’ora della famiglia.

 


1 LIVIO MELINA, Per una cultura della famiglia: il linguaggio dell’amore, Edizioni Marcianum Press, Venezia 2006.
2 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione all’Unesco, 2 giugno 1980.
3 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Familiaris Consortio, n.5.

 

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